
Greta Forini, studentessa al secondo anno di Comunicazione e Media a Parma, quest’anno ha deciso che i muri delle aule K di Via Kennedy erano troppo grigi per i suoi capelli biondi, e allora ha pensato che forse serviva cambiare aria e andare in un posto qualunque, il primo che capita. A Parma si mangia bene, la gente è simpatica e lo spritz costa poco, ma nessuna città si può paragonare alla chic Parigi, dove Greta ha deciso di passare sei mesi. In questa intervista, che per la distanza è stata fatta al telefono, la viaggiatrice ci racconta come si è iscritta al bando, com’è l’esperienza universitaria parigina e se gli stereotipi che abbiamo sui francesi siano verità o solo apparenza.
Quando sei partita e quando tornerai?
Sono partita l’11 gennaio e tornerò il 30 giugno, sempre in treno.
Quando ti è venuto in mente di sfruttare questa opportunità? C’è stato un momento in particolare o ci pensavi da tanto?
In realtà avevo già provato a partire durante il quarto anno di liceo, facendo richiesta per un anno all’estero, ma non ero stata selezionata. A settembre 2025 ho visto una mail che invitava a partecipare a un incontro online sul processo di candidatura Erasmus: ho deciso di seguire la presentazione e di fare domanda, ed eccomi qua.
Come ha funzionato l’iscrizione al bando? E quali destinazioni hai selezionato?
L’iscrizione al bando è stata piuttosto semplice: ho dovuto presentare un documento con tutti i voti del primo anno universitario, una lettera di presentazione e compilare un modulo con le destinazioni che mi interessavano. Avendo partecipato al bando suppletivo — quello dedicato al secondo semestre con i posti rimasti disponibili — le opzioni erano limitate: ho indicato Parigi per prima e Barcellona come seconda. Nonostante questa scelta un po’ “obbligata”, ero comunque molto interessata a entrambe, perché sono città che ho sempre amato.
È stato difficile, dopo aver vinto il bando, trovare un appartamento?
Sì, è stato davvero difficile, probabilmente uno degli aspetti più complicati dell’intera esperienza. Trovare un appartamento a Parigi è una vera sfida: bisogna conciliare posizione, prezzo — spesso altissimo — e una lunga serie di requisiti. Si può cercare tramite privati o agenzie, ma in entrambi i casi viene richiesto un garante, spesso francese, e non sempre questa informazione è chiara fin dall’inizio: a volte lo scopri pochi giorni prima della firma. È stata sicuramente un’esperienza formativa, ma decisamente impegnativa.
Ora una domanda che non posso non farti: hai assaggiato il famoso pangocciolo gigante (“cramique”)?
Assolutamente sì: è strepitoso. Va provato almeno una volta. È caldo, morbido e… gigantesco!
Tornando seri, cosa trovi di diverso nell’esperienza universitaria parigina rispetto a quella di Parma? Che atmosfera si respira?
La differenza si percepisce subito. L’atmosfera universitaria a Parigi mi ha ricordato molto quella del liceo: a Parma il mio corso conta circa 350 studenti, mentre qui le classi arrivano al massimo a 20-25 persone. Questo rende tutto molto più raccolto: i professori sono molto disponibili e riescono a instaurare un rapporto più diretto, arrivando persino a conoscere tutti per nome. Anche il metodo di studio è diverso: si dà molto più spazio alla pratica. I docenti insegnano concretamente come utilizzare programmi e strumenti utili per realizzare i progetti d’esame. Gli esami, infatti, richiedono meno studio teorico — nel mio caso non ho mai superato le 15 pagine di studio — ma prevedono numerose presentazioni, sia orali che grafiche, da preparare contemporaneamente.
Secondo lo stereotipo i parigini sono freddi e con la puzza sotto il naso. Sei d’accordo?
Dipende. A volte possono sembrare freddi, ma credo sia più una questione di abitudine: sono spesso molto concentrati sulle proprie attività e tendono a difendere i propri spazi personali. Tuttavia, ogni volta in cui ho avuto bisogno di aiuto, ho sempre incontrato persone gentili e disponibili. Ad esempio, un giorno ero in ritardo per la lezione a causa di una manifestazione che bloccava i trasporti e gli autobus non potevano passare. Il problema è che questo è successo nei miei primi giorni a Parigi e non avevo idea di quale altro mezzo potessi prendere. Allora ho chiesto a una signora, che aspettava come me l’autobus, se potesse scrivere su un foglio che il motivo del mio ritardo era la manifestazione. Poi gliel’ho fatto firmare e le ho chiesto nome, cognome e numero di telefono per poterla avere come testimone. Una richiesta piuttosto insolita… e lei lo ha fatto senza esitazione. Credo che basti approcciarsi nel modo giusto.
La cosa più difficile ora è la lontananza dalla famiglia o dalla cucina italiana?
Direi che la difficoltà maggiore è la lontananza dalla famiglia in questo momento. Per il resto, riesco a cavarmela: cucino quasi sempre piatti italiani — anche se la pizza, quella vera, manca davvero tanto. Fortunatamente, tra videochiamate e un pacco di pasta Barilla, ci si sente un po’ più a casa.
Qual è stata fino ad ora l’esperienza più soddisfacente dell’Erasmus?
Forse sono state le presentazioni orali, perché provo molta ansia a parlare in pubblico. Penso che fino ad ora non siano andate molto bene, anche se non ho ancora ricevuto i voti, ma sono comunque contenta di essere riuscita a parlare nonostante l’ansia. Tra le soddisfazioni però voglio anche aggiungere fare la spesa e la lavatrice, che experience!
Per una ragazza di 20 anni andare a vivere “da sola”, ossia senza l’aiuto fisico dei genitori, è un’esperienza eccitante ma che soprattutto incute timore e insicurezza. Anche le cose più banali, come fare la spesa o la lavatrice, sembrano molto più complicate, perché quando a casa se ne occupa la mamma forse non ci accorgiamo della loro importanza nella vita di tutti i giorni. Forse diamo per scontato che sia tutto facile per i nostri genitori, che siano adulti e che quindi siano esperti in tutto ciò che fanno. In realtà però anche loro hanno avuto 20 anni; anche a loro è capitato di mettere troppo detersivo nella lavatrice o di sbagliare la temperatura di lavaggio e rovinare un maglione di lana. A tutto ciò, nel caso di Greta, si aggiungono anche quasi mille chilometri di distanza, una città sconosciuta e una lingua che, per quanto studiata, non è la sua. Non c’è dubbio che per mettersi in gioco così ci voglia coraggio, ma è altrettanto assicurato che Greta tornerà cresciuta e con qualche perla in più da raccontare.




