
Che senso ha celebrare la Festa dei Lavoratori quando il lavoro per molti di noi è ancora un’incognita fatta di tirocini formativi, contratti a tempo determinato pronti a riscrivere le regole del gioco? Per la nostra generazione il Primo Maggio non può essere solo un concerto in piazza o una pausa dallo studio in vista della sessione d’esami. È il momento cruciale per chiederci: che tipo di professionisti stiamo per diventare? E soprattutto, il mercato è pronto ad accoglierci? Non cerchiamo solo uno stipendio ma anche garanzie e flessibilità. Abbiamo chiesto agli studenti del nostro ateneo come immaginano il loro ingresso nel mondo professionale e a cosa non sarebbero mai disposti a rinunciare.
Il distacco dalla celebrazione: tra disillusione e ricerca di equilibrio

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Molti studenti riconoscono che la frattura emotiva con il significato originale della festa è ormai profonda. Il Primo Maggio si svuota della sua valenza politica per lasciare spazio a un’unica, grande priorità per le nuove generazioni: difendere il proprio tempo libero e la salute mentale.
«Per me il Primo Maggio ricorda quanto il lavoro sia diventato incerto e precario per la nostra generazione. Non riuscirei a lavorare in un ambito che non mi fa stare bene: accetterei meno soldi pur di avere più equilibrio e un ambiente di lavoro sano» Vittoria – Economia
«Vedo il Primo Maggio come un’opportunità per costruire iniziative e ascoltare esperti. Per la mia situazione personale, pur di stare in mezzo alla gente, sarei disposto anche a lavorare senza essere pagato, perché il contatto umano è fondamentale» Federico – Giornalismo
«Oggi rinuncerei a quella voracità economica (dei tanti straordinari per guadagnare di più, ndr): preferirei uno stipendio dignitoso e onesto che mi permetta di coltivare i miei interessi e vedere gli amici. Non ha senso che la vita si concentri solo sul lavoro, a meno che non coincida con la tua passione; altrimenti, stai solo regalando il tuo tempo» Alberto – Comunicazione
«Per me il Primo Maggio ha ancora significato: è un momento di riflessione, di rivendicazione e di memoria per chi ha perso la vita nell’esercizio della propria professione. […] non sarei mai disposto a mercanteggiare sul mio tempo libero e sulla salute mentale per uno stipendio più sostanzioso» Giovanni – Giornalismo
«Il Primo Maggio ha un valore reale e lo avrà sempre. Accetterei uno stipendio più basso in cambio di maggiore equilibrio, ma riconosco di partire da un livello economico familiare che non mi costringe a cercare da subito un lavoro iper-remunerativo» Giorgio – Scienze Politiche
«Personalmente l’ho sempre considerato come un giorno di pausa dallo studio e dal lavoro, e penso sia così per molta parte della popolazione. In una società odierna le tutele per la salute mentale sono necessarie, però non sarei propenso a una riduzione di stipendio per godere di più tempo libero» Mattia – Giornalismo
«Vedo questa festa come un’occasione per avere un giorno di pausa. Ormai la nostra generazione non sente molto attuali queste lotte. Riguardo al lavoro non sarei mai disposto a rinunciare al tempo libero. Anche se in Italia gli stipendi sono bassi, accetterei una retribuzione minore in cambio di più tempo per me e tutele per la mia salute mentale» Eugenio – Comunicazione
«È un giorno come gli altri: non si va a lezione, quindi ne approfitto per lavorare o per studiare. Accetterei sicuramente uno stipendio più basso in cambio di maggiore tempo libero. In ogni caso non rinuncerei mai al mio tempo libero e alla mia salute mentale» Emanuele – Economia
«Celebra la dignità del lavoratore, troppo spesso calpestata. Non sarei mai disposto a rinunciare a condizioni minime che rispettino questa dignità, ma non credo si debba rinunciare a uno stipendio coerente con lo sforzo: le tutele per la salute mentale e il tempo libero non devono essere usate come merce di scambio per abbassare le paghe, sono diritti a sé stante» Alessio – Relazioni Internazionali
«Ha un valore reale, persino più attuale per la nostra generazione: non è una celebrazione retorica, ma il momento per chiederci che tipo di lavoro vogliamo. Accetterei uno stipendio leggermente più basso in cambio di tutele, ma questo non deve diventare una scusa per pagare meno i giovani: il benessere non può sostituire la giusta retribuzione» Alfredo – Informatica Umanistica
«Per me non ha un valore reale profondo, se non quello della tradizione: semplicemente, non si lavora. Non sarei mai disposto a rinunciare a una parte di stipendio per avere più tempo libero. Faccio 40 ore settimanali, che sono tante, ma a me basta avere il weekend per staccare e non accetterei una paga più bassa» Andrea – Infermieristica
«Per me oggi il Primo Maggio ha ancora un valore reale: è un momento per ricordare che i diritti sul lavoro non sono scontati e vanno difesi. Nel lavoro non rinuncerei mai a un minimo di equilibrio tra vita privata e professionale. Sì, accetterei anche uno stipendio un po’ più basso in cambio di più tempo libero e di un ambiente che tuteli la salute mentale, perché alla lunga è ciò che fa davvero la differenza» Beatrice – Giornalismo
L’Intelligenza Artificiale sul banco degli imputati

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Se la precarietà spaventa, l’evoluzione tecnologica divide. Sul banco degli imputati sale l’Intelligenza Artificiale, vista da alcuni come un indispensabile strumento di supporto e da altri come una minaccia pronta a svalutare il fattore umano.
«Vedo l’intelligenza artificiale come un’opportunità in certi settori ma nel mio campo, l’economia, o in quello del graphic designer di mio fratello, la considero una minaccia» Vittoria – Economia
«L’intelligenza artificiale è un rischio, ma se usata bene è una risorsa: durante un tirocinio in Comune l’abbiamo sfruttata per organizzare belle attività, ma l’intuito umano deve restare centrale altrimenti il lavoro non viene bene» Federico – Giornalismo
«La mia più grande preoccupazione oggi è l’intelligenza artificiale: è uno strumento potente dato in mano a persone che la maneggiano solo come fosse un gioco. Bisognerebbe usarla in modo consapevole: l’80-90% del lavoro deve essere farina del proprio sacco, delegando all’IA solo i passaggi più noiosi. Inoltre, come fa un datore di lavoro a capire se quello che presenti è davvero merito tuo o dell’IA?» Alberto – Comunicazione
«L’IA è una realtà di fatto, è inutile farsi paladini di un ritorno al passato: va “addomesticata”, partendo dalle aule universitarie e mi pare siamo sulla strada giusta» Giovanni – Giornalismo
«Da aspirante giornalista vedo l’IA come una minaccia, capace di creare testi che in molti non saprebbero distinguere da quelli umani. L’IA non deve diventare una scusa per spremere ulteriormente i lavoratori, ma uno strumento per facilitarne i compiti» Giorgio – Scienze Politiche
«Vedo l’IA come una risorsa, a patto che serva da ausilio e non si sostituisca completamente all’uomo. Purtroppo, penso che in futuro le aziende ci punteranno sempre di più e a farne le spese saranno i lavoratori licenziata» Mattia – Giornalismo
«Penso che sia assolutamente una risorsa da sfruttare: se usata come strumento complementare per i compiti meccanici, ci risparmia tempo da dedicare alle attività che richiedono l’intelletto. Tuttavia, credo che università e aziende non ci stiano ancora preparando adeguatamente a usarla al meglio» Eugenio – Comunicazione
«Non la vedo mai come una minaccia: se sai usarla, è il modo migliore per velocizzare i processi. Devi saperla cavalcare, controllandola sempre senza fidarti al 100%. Le aziende e l’università devono assolutamente adeguarsi» Emanuele – Economia
«Vedo l’IA come un’opportunità solo se supporta il lavoratore senza renderlo schiavo. C’è il rischio evidente che alcune aziende la sfruttino per tagliare posti di lavoro. Le università dal canto loro mi sembrano in ritardo: l’IA mette a serio repentaglio l’originalità e la cura personale del lavoro accademico» Alessio – Relazioni Internazionali
«Studiando Informatica Umanistica, vedo l’IA più come una risorsa che come una minaccia, ma dipende da come viene introdotta. Può aiutare moltissimo, ma rischia di aumentare disuguaglianze, controllo e precarietà se usata solo per tagliare i costi. Università e aziende non ci stanno preparando: si parla dell’IA come strumento tecnico, ma troppo poco delle sue conseguenze etiche e sociali» Alfredo – Informatica Umanistica
«Nel mio settore è utilissima, ad esempio se metti le mani su una macchina Linux o su un router e non ti ricordi un comando. L’importante è sapere sempre cosa si sta facendo: va usata come supporto, perché se ti fai sostituire completamente dalla macchina finisci per non capire più nulla del tuo lavoro» Andrea – Infermieristica
«Vedo l’Intelligenza Artificiale più come una risorsa che come una minaccia, a patto di saperla usare. Può semplificare molti aspetti del lavoro e aumentare le opportunità, ma ho la sensazione che università e aziende non si stiano ancora preparando del tutto in modo concreto a questo cambiamento» Beatrice- Giornalismo
Giovani dimenticati e la voragine tra aule e mercato del lavoro

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L’accusa degli studenti si sposta inevitabilmente sul ritardo formativo degli atenei. Emerge la paura di un mondo del lavoro ostaggio di dinamiche basate su contratti a termine e il preoccupante sdoganamento del “lavoro povero”.
«La cosa che mi preoccupa di più resta la precarietà e il fatto che esiste ancora troppa distanza tra quello che studiamo sui libri e ciò che affrontiamo nel lavoro reale» Vittoria – Economia
«Mi preoccupa che alcune mansioni spariranno e trovo sia un peccato che molti giovani vengano lasciati a casa alla scadenza dei contratti a termine: purtroppo è un problema di contratti che non vengono rinnovati» Federico – Giornalismo
«Rischiamo di mettere in posti di lavoro di responsabilità persone che sembrano eccellenti (grazie all’uso dell’ l’IA), ma che senza essa non sarebbero assolutamente tali. Non abbiamo ancora gli strumenti per distinguere e non siamo pronti ad affrontare questa realtà inquietante» Alberto – Comunicazione
«Trovo che ci sia una formula sdoganata nel dibattito pubblico su cui riflettere: il concetto di “lavoro povero”. Come può una professione rendere indigenti? È un ossimoro schizofrenico. In università servirebbe un corso che insegni i diritti dei lavoratori, per spiegarci su cosa non possiamo scendere a compromessi e cosa ci aspetta davvero lì fuori» Giovanni – Giornalismo
«Il problema dei contratti, purtroppo, è gigantesco: raramente il mercato agisce per meritocrazia, spesso si basa su “connessioni” e condizioni sociali di partenza. Servirebbe maggiore trasparenza nelle assunzioni e un ponte reale con le università» Giorgio – Scienze Politiche
«Guardando al futuro, mi preoccupano gli stipendi italiani molto più bassi rispetto ad altri Paesi europei e un mondo universitario che spesso non prepara adeguatamente alla professione» Mattia – Giornalismo
«La mia più grande preoccupazione per il mercato di oggi è che ci sia poco lavoro, mal pagato e con tantissime ore richieste. La distanza tra le aule universitarie e la realtà è abissale: molto spesso si studia solo la teoria, ma la pratica è tutt’altro» Eugenio – Comunicazione
«Guardando al mercato del lavoro non ho particolari paure. Secondo me non c’è troppo distacco tra università e mondo del lavoro, a patto di iniziare a fare esperienza fin da subito, magari con un tirocinio esterno o un lavoro estivo durante gli studi, in modo da arrivare già preparati» Emanuele – Economia
«La mia più grande preoccupazione per il futuro è la precarietà, fatta di contratti con poche garanzie e stipendi eccessivamente bassi. C’è una distanza abissale tra università e lavoro perché il nostro sistema accademico resta troppo teorico e poco pratico» Alessio – Relazioni Internazionali
«La mia più grande paura è un mercato che chiede competenze altissime ma offre contratti fragili e stipendi bassi. La distanza tra università e mondo del lavoro c’è: l’ateneo dà basi importanti, ma spesso manca il contatto con progetti concreti e contesti professionali veri» Alfredo – Informatica Umanistica
«Tra l’università classica e il mercato del lavoro c’è molta distanza. È il motivo per cui ho scelto di frequentare un ITS oltre all’università, un percorso molto più pratico che ti forma per entrare subito nel mondo del lavoro reale. Sulle condizioni dei contratti di oggi, invece, preferisco stendere un velo pietoso» Andrea – Infermieristica
«La mia più grande preoccupazione è la precarietà e la difficoltà di trovare stabilità nei primi anni. Penso che esista ancora una distanza tra università e mondo del lavoro, soprattutto per quanto riguarda le competenze pratiche e la comprensione delle dinamiche reali dei contratti e delle opportunità» Beatrice- Giornalismo
Oltre l’Università: l’amarezza di chi è già nel mondo del lavoro

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Il distacco non riguarda solo i più giovani. Anche tra chi vive le dinamiche aziendali da anni emerge una profonda amarezza, spesso accompagnata dalla nostalgia per una festa che sembra aver smarrito la sua identità e dalla frustrazione per un sistema che fatica a rinnovarsi.
«Il Primo Maggio è una giornata importante perché chi lavora va festeggiato, ma ne contesto la connotazione politica legata quasi solo alla classe operaia: il resto dei lavoratori non viene incluso e questo mi fa arrabbiare. Serve una legge che punti alla stabilizzazione: non si può accettare un precariato continuo, fatto di stage di sei mesi senza alcun futuro, usato dalle aziende solo per risparmiare sui contributi» Loredana – ottica
«Il Primo Maggio è una festa che ormai ha perso di significato. Festa dei Lavoratori? Se fosse veramente così non dovrebbero essere aperti i supermercati e i centri commerciali. Per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale penso che per molti lavori diventerà una vera e propria minaccia e che fra qualche anno, a causa sua, ci saranno moltissime persone disoccupate» Cristina – ottica
«Essendo un po’ più datato, posso dire che il valore del Primo Maggio lo percepisco ancora bene, anche se è inutile negare che si apprezzi particolarmente una giornata di stacco. Lavorando già da trent’anni, il consiglio che vi do è di non badare solo ed esclusivamente allo stipendio, ma principalmente alla soddisfazione personale. Per finire, se guardo com’è il mondo del lavoro oggi, un po’ mi viene l’ansia, perché i giovani dovranno affrontare sfide notevoli nel corso della loro carriera lavorativa» Emanuele – impiegato d’azienda
«Per me il Primo Maggio non ha più il valore di una volta. Ora come ora penso che sia diventato solo un discorso politico, mentre il sindacato non dovrebbe fare politica bensì difendere il lavoratore e basta. Una volta che l’intelligenza artificiale prenderà in mano la situazione, sarà un grande problema per i lavoratori» Corrado – tipografo
«Non credo che sia più assolutamente percepito il valore del Primo Maggio. Se ne è dimenticato il significato: tutti pensano al ponte, alla gita fuori porta e al concerto di Roma. L’intelligenza artificiale invece, è una minaccia pericolosa di cui non vogliamo renderci conto. Un giorno la profezia pirandelliana di Serafino Gubbio si avvererà e l’uomo diventerà inutile. Nessuna realtà ci sta preparando in maniera critica a questa rivoluzione» Lucia – professoressa
«Ad essere sincero vedo il Primo Maggio semplicemente come un giorno di pausa in cui staccare la testa dal lavoro. Credo che si dovrebbe tutelare di più la salute mentale delle persone, ma assolutamente senza ridurre gli stipendi. Infine, guardando al mercato di oggi, le realtà contrattuali e in primis le paghe base sono del tutto fuori dalla portata del tenore di vita attuale. Così proprio non va» Mario – informatico
«Devo dire con estremo rammarico che la Festa del Lavoro ha perso quell’importanza che aveva in altri momenti della nostra storia. Oggi precarietà e bassi salari sono l’ossatura di un mercato del lavoro che vive una grande crisi. Personalmente, sono contrario ad accettare ricatti salariali di qualsiasi genere: sarebbe un’umiliazione» Francesco – impiegato in teatro
«Credo che il Primo Maggio abbia ancora un valore reale. Riguardo all’equilibrio tra vita e lavoro, non accetterei compromessi al ribasso: punto a uno stipendio giusto e al tempo libero in eguale misura. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, sì, credo che rappresenti una minaccia. Infine, guardando alle prospettive, penso che il mercato del lavoro in Italia sia fermo ormai da un bel po’» Roberto – impiegato postale
Dalle voci raccolte emerge uno spaccato nitido: studenti e lavoratori leggono il presente con sfumature diverse, ma convergono su un punto essenziale. Il lavoro non può più essere un “tritacarne”. Il tempo libero, la salute mentale, le retribuzioni dignitose e la stabilità non sono privilegi, ma condizioni minime di civiltà.
La palla passa ora alle istituzioni, alle aziende ma soprattutto alle università. Perché non si può celebrare davvero la Festa dei Lavoratori senza prima restituire al lavoro il suo senso più profondo: elevare l’essere umano, non svuotarlo.




