Le luci si abbassano e parte la musica, bastano pochi secondi per ritrovarsi completamente dentro quell’energia travolgente che chi è cresciuto ascoltandolo riconosce subito. Le canzoni più iconiche del Re del Pop entrano senza chiedere permesso, facendo muovere gli spettatori a ritmo nelle poltrone del cinema. È questa la sensazione che il film mi ha lasciato fin dall’inizio. Premetto che sono sempre stata fan di Michael, fin da quando ero piccola, forse è anche per questo che ho vissuto questo film più di pancia che di testa. Però va fatta una premessa: chi si aspetta gossip e segreti rimarrà deluso, è un biopic che sceglie una direzione precisa, quella di raccontare l’artista più che scavare nei dettagli personali.

Una delle cose che mi ha colpito di più è il contrasto continuo tra palco e vita privata. Da una parte l’energia, la musica, che dà quella carica che ti arriva addosso. Dall’altra invece una solitudine molto forte, un Michael che sembra sempre un po’ isolato. I suoi punti di riferimento infatti diventano gli animali che lui tratta come veri e propri amici. Ci si sofferma molto sul lato fanciullesco di Michael: il richiamo a Peter Pan, a Neverland e ai giochi è costante. Si percepisce chiaramente che il cantante non ha mai voluto abbandonare quella parte bambina, che tutti noi dovremmo preservare interiormente, anche da adulti.

L’infanzia è uno dei punti nel film che mi ha toccata di più. L’educazione rigida, severa, basata sul dovere, frasi come «se molli sei un perdente» mi hanno ricordato direttamente l’educazione di mia madre. Quello che invece mi è rimasto più impresso in negativo è come il rapporto col padre non evolva nel tempo: anche da adulto Michael viene trattato ancora da bambino, uno che non può decidere da solo. E quando poi arriva il successo la situazione peggiora: la severità diventa controllo legato al guadagno, soprattutto nel momento in cui lui cerca di staccarsi e costruire la sua carriera da solista si percepisce chiaramente la volontà del padre di continuare a gestirlo a scopo di lucro, dimostrandosi tossico e manipolatore.

Straordinario il lavoro attoriale di Jaafar Jackson, nipote di Michael, non solo per la somiglianza fisica. A colpire sono le microespressioni, gli sguardi, i movimenti del viso, quei piccoli dettagli impercettibili. Aveva proprio un’aura top. Dietro a questo risultato ci sono stati due anni di duro lavoro, lo stesso Jaafar ha raccontato di essersi costruito il personaggio da solo, arrivando a «dormire nella casa senza mobili di mio zio per entrare davvero nella sua testa», studiando i suoi diari e lavorando sul corpo ogni giorno. Ha anche spiegato di aver «imparato a ballare da zero per questo ruolo», e si vede: i passi di danza sono tutti suoi senza controfigure o CGI. Per prepararsi, Jaafar ha lavorato con i coreografi Rich + Tone Talauega, storici collaboratori di Michael, riuscendo in un’impresa che non erano sicuri fosse realizzabile. «I suoi movimenti erano inimitabili», aveva detto Rich. Il nipote ha chiesto solo tempo e in due anni hanno fatto il miracolo.

Una nota di merito va sicuramente anche a Juliano Krue Valdi, che interpreta Michael da bambino con una naturalezza e un’energia davvero sorprendenti. Il piccolo attore nato nel 2014, non è approdato a questo ruolo per caso, la sua avventura è iniziata anni fa sui social, dove i video delle sue coreografie alla Jacko erano virali ben prima dell’inizio della produzione. Questa passione gli ha permesso di affrontare la sfida con una consapevolezza rara per la sua età, tanto da dichiarare che guardandosi allo specchio con il costume e la parrucca afro sentiva il peso e l’onore di fare qualcosa di importante per la propria famiglia e per quella di Michael. Dal punto di vista tecnico, una delle curiosità più affascinanti riguarda la sua voce, nel film infatti assistiamo a un sofisticato lavoro di mixaggio: la produzione ha scelto di fondere le registrazioni originali di Michael Jackson bambino con la voce reale di Juliano. Questa scelta, supervisionata da esperti come John Warhurst, ha permesso di mantenere l’anima dei classici dei Jackson 5 garantendo però il realismo necessario del set dove Juliano ha cantato per davvero, ad esempio durante la registrazione di “I Want You Back”. Per il piccolo attore vestire i panni di una leggenda è stata anche una lezione di vita: «Sono rimasto colpito dalla disciplina ferrea che Michael aveva già a nove anni e di come interpretarlo mi abbia insegnato a credere in me stesso anche nei momenti di difficoltà».

Allo stesso tempo il film lascia indietro diverse cose: i rapporti con i fratelli restano sullo sfondo, figure importanti come Quincy Jones non vengono approfondite, i mancati focus sui backgrounds delle canzoni rendono il montaggio un po’ discontinuo, ci sono molti salti temporali e tante parti accennate ma non sviluppate, forse l’idea era quella di dare una sequenza di momenti chiave della vita dell’artista?

Dal punto di vista visivo invece ci sono dettagli davvero curati. I costumi funzionano tantissimo: alcuni capi sono stati ricreati fedelmente dalla costumista Marci Rodgers, altri invece sono proprio gli abiti originali indossati dal cantante.

Una piccola nota stonata è stata la raffigurazione in CGI dello scimpanzé Bubbles, in alcune scene crea abbastanza contrasto. Nato nel 1983, Bubbles è stato sfruttato da un centro di ricerca del Texas fino al 1985, quando Michael lo salvò. I due divennero amici inseparabili. L’artista lo trattava come un figlio, dormiva in una culla nella sua stanza, usava il suo bagno e mangiava con lui. Oggi ha 43 anni e vive una vita pacifica all’interno di un centro dedicato alle scimmie che sono state star dello spettacolo. La direttrice del centro, Patti Regan, ha raccontato che intrattengono Bubbles facendogli vedere video di Michael e che nonostante i suoi 43 anni continua a riconoscere il suo padrone.

Il film purtroppo racconta solo una parte della vita del cantante, si ferma cronologicamente a prima che scoppiassero i casi giudiziari sull’abuso di minori, un arrestarsi improvviso che lascia tutto il resto a un seguito già previsto. E forse è proprio questo il punto: il lungometraggio non è perfetto, è a tratti piatto e alcuni personaggi restano superficiali. Manca un vero approfondimento di chi ruota intorno a Michael, che in vita era troppo grande per essere contenuto da qualsiasi schermo, e lo è rimasto tuttora. Però la domanda è un’altra: dobbiamo sempre cercare il difetto, analizzare tutto, trovare per forza qualcosa che non funziona?
O ogni tanto possiamo anche fermarci e accettare semplicemente le sensazioni, le vibes e quello che un film riesce a trasmetterci in quel momento

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