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Ci ho pensato tanto. Il mese scorso ho visitato la mostra Dentro Happy Days, allestita al Mercanteinfiera di Parma, dedicata alla serie tv arrivata in Italia nel 1977 e mandata in onda per oltre un decennio. Credevo fosse un semplice tributo e invece ho trovato una storia curiosa che mi ha fatto riflettere.

Appena arrivata, ho subito bloccato Ganelli, autore con Emilio Targia del libro che dà il nome all’esposizione. Gli chiedo il perché di questo interesse per Happy Days: «La passione è nata negli anni Settanta quando, come tutti i ragazzi della mia generazione, la guardavo in tv e avevo anche comprato figurine e pupazzetti». La collezione di oggetti a tema diventa una cosa seria negli anni Novanta: «Con alcuni amici ho fondato l’Happy Days International Fan Club: abbiamo contattato gli attori, siamo andati da loro in America e i rapporti sono diventati sempre più stretti». Così, i legami con i protagonisti e i molti viaggi oltreoceano hanno permesso a Ganelli di recuperare sempre più materiale fino a ottenere il Guinness World Record per la più grande collezione al mondo di memorabilia di Happy Days, che ammonta a 1439 pezzi; alla mostra è esposta solo una selezione ma è incredibile la varietà di oggetti collezionati: abiti originali, statuine, copioni, chewing-gum, giochi in scatola e tutto ciò che vi viene in mente.

Nel frattempo, anche Targia entra nel club e insieme i due si rendono conto della carenza di testi completi ed esaustivi utili alle loro ricerche e quindi iniziano a comporlo loro quel testo che non c’è. Nasce così Dentro Happy Days, il titolo del volume che i due hanno creato insieme ed è l’unico sulla serie tv americana a contenere materiali tanto diversi: testi, immagini e interviste inedite ai protagonisti.

«Io mi guaddo eppi deis» – Francesca Moseriti, 5 anni

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La sigla, che a differenza di oggi era parte integrante di ogni episodio, ti catapultava a Milwaukee, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in casa della famiglia Cunningham: borghesi, Howard e Marion sono genitori alle prese con l’adolescenza dei figli e dei loro amici; scuola, amori, amicizie e delusioni scorrevano su uno sfondo fatto di musica, drive-in e i divertimenti di quella generazione che ha avuto la fortuna di vivere dentro al “sogno americano”.

Per me una sorta di comfort food: il pomeriggio fatto di cartoni animati e giochi in cortile era terminato e in attesa della cena mi piazzavo sul divano dicendo «Io mi guaddo eppi deis» con l’italiano incerto di chi ancora non va a scuola.

Quello di Happy Days era un mondo nostalgico e rassicurante: ci si poteva riconoscere nei personaggi e persino Fonzie, playboy vanitoso che non riusciva a dire «scusa ho sbagliato», rivelava un cuore grande, tanto da lasciarsi “adottare” dai Cunningham. Sono state sfiorate questioni serie come il razzismo e la guerre (quella di Corea prima e quella del Vietnam dopo) ma il tono è rimasto sempre leggero e divertente.

Io impazzivo per gli abiti femminili, per la cucina con quel passavivande che si apriva sul soggiorno curato e confortevole: mi pareva che tutto fosse esattamente come avrebbe dovuto; la fine di ogni episodio era un “andrà tutto bene” ante litteram. L’America, quella del boom economico, mostrava il suo lato luminoso e benché rappresentasse un periodo finito da almeno due decenni, a me pareva che quell’American Way of Life stesse lì, cristallizzata, per essere ammirata da tutti e diventare un modello d’ispirazione, l’unico in grado di garantire una vita agiata e divertente insieme. Che poi è stata una sfiga perché negli anni Ottanta in Italia c’era la Milano da bere, i paninari e le banche ti davano gli interessi: tutte cose che per motivi anagrafici non mi toccavano. Me ne dispiaccio, soprattutto per l’ultima.

Quando dico che ci ho pensato tanto, mi riferisco alla nostalgia di quello che vedevo in tv e non riesco a non fare confronti con l’America di oggi: il continuo calpestio dei diritti umani, la mancata cura dell’ambiente e di chi ci abiterà dopo, la totale assenza di buonsenso. Evidentemente ero piccola, senza preoccupazioni (tranne i capelli a caschetto che ero costretta a portare) e so bene che forse l’America è sempre stata così ma io non me n’ero accorta. Ora che sono grande e disillusa mi manca la sensazione di stabilità che mi davano quegli episodi, quando ancora potevo buttarmi tranquilla sul divano dicendo «Io mi guaddo eppi deis».

foto di Francesca Moseriti

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