Cristina Marchetti modera l'evento promosso da IED con Alberto Barbera, il direttore della Biennale di Venezia

  • Foto di Nadege Elisa Bruni 

Da fuori, il mondo dei festival cinematografici sembra sempre qualcosa di lontanissimo e mitologico: tra red carpet, star internazionali, première, fotografi, film da “addetti ai lavori”. Ecco, io volevo capire cosa ci fosse dietro a tutto questo. Come funziona? Chi decide cosa vedremo? Per avere qualche risposta sono andata ad un evento dello IED a Milano aperto al pubblico, ospite d’eccezione: Alberto Barbera, il direttore della Mostra del Cinema di Venezia.

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è il festival cinematografico più antico del mondo: nato nel 1932, ancora oggi è un punto di riferimento assoluto per il cinema internazionale. Barbera apre l’incontro in modo amichevole e sciolto, nessuna formalità istituzionale da “grande direttore”. Parte invece da un ricordo d’infanzia, e da lì si capisce che prima ancora di essere un professionista del settore è stato uno spettatore innamorato del cinema. «Mio zio faceva il cassiere nella sala parrocchiale del mio paese, nel biellese. A sei anni, già andavo al cinema tutte le domeniche, a volte accompagnato da mia nonna, ma più spesso da solo».

«Come tutti i bambini, volevo fare l’attore. Poi verso i quattordici anni ho capito che il regista era più importante dell’attore ed era quello che comandava. Quindi ho cambiato idea, volevo fare il regista». Risate in sala.

Da lì il racconto diventa quasi la trama di un romanzo: il padre che gli impone prima di tutto l’università, il tentativo di entrare nel settore, i primi lavori per l’Associazione Italiana Amici del Cinema d’Essai come traduttore di articoli e materiali critici sui film stranieri, «ho frequentato pochissimo l’università perché tutto il tempo lo passavo in sala. La maggior parte dei film di Hitchcock e della Nouvelle Vague li ho visti nei cinema di terza e quarta visione dei quartieri popolari torinesi».

Una delle cose più interessanti che sono emerse durante l’incontro riguarda il ruolo dei festival oggi. In un’epoca in cui tutto sembra accessibile e visibile, Barbera dice l’opposto, ovvero che promuovere un film è diventato più complicato. Oggi la promozione è quasi tutta digitale, dispersa, frammentata. Se non sei già dentro certi circuiti, rischi di non sapere nemmeno cosa esce al cinema. Quante volte ci chiediamo davvero che cosa c’è in sala questa settimana? Spesso lo scopriamo solo se andiamo a cercarlo apposta.

Per questo, secondo Barbera, i festival restano fondamentali, soprattutto per il cinema d’autore e per tutti quei film che non hanno alle spalle campagne promozionali gigantesche. E un passaggio a Venezia o a Cannes può cambiare il destino di un titolo.

Tra le domande del pubblico composto da studenti, aspiranti registi, giovani autori e curiosi, ce n’è stata una che ha spiccato sulle altre: che tipo di film è consigliabile presentare a un festival? Conviene seguire le tendenze o andare controcorrente?

«L’importante è che sia una voce autentica, originale, di qualsiasi provenienza, ma che abbia un’idea di cinema chiara e un pensiero che coinvolga lo spettatore, sorprendendolo con qualcosa di inedito».

Allo stesso tempo però, Barbera non idealizza il presente. Anzi, è molto lucido nel raccontare quanto oggi sia difficile fare cinema in modo libero. La rivoluzione digitale ha cambiato il modo di scrivere, di girare e distribuire i film. Le piattaforme hanno trasformato il rapporto tra autori, pubblico e industria. E se da una parte hanno aperto nuove possibilità, dall’altra hanno imposto nuove regole. Il cinema indipendente non è impossibile, ma è sicuramente più difficile da sostenere. Andare contro le logiche del mercato, che influenzano sempre di più anche il cinema d’autore, è un gesto da temerari…eppure alcuni continuano a riuscirci.

Uno dei momenti più interessanti dell’incontro è arrivato quando Barbera ha parlato del processo di selezione:  «Quando nel 1999 ebbi il primo mandato alla Mostra del Cinema di Venezia ero colpito dal fatto che fossero arrivati 900 titoli da visionare e selezionare. Mi sembrava un’impresa impossibile da portare a compimento. L’anno scorso, 25 anni dopo, i film proposti erano più di 4250». Lui stesso lo definisce un lavoro massacrante: «Io non faccio altro, le mie giornate consistono nella totale visione dei film e nella loro selezione. Faccio fatica a leggere un libro nel mentre».

Dietro il glamour dei festival quindi c’è anche una faccia più concreta: ore, giorni, mesi passati a guardare film, confrontarsi, selezionare o scartare. Il team dei selezionatori è composto da circa 14 persone, di cui alcune specializzate in cinematografia straniera. Non tutti vedono tutto. Circa 1200 film arrivano da produttori, registi e società di vendita e promozione già conosciuti. Gli altri invece vengono caricati direttamente sulla piattaforma e passano inizialmente da una pre-selezione.

La parte più bella? Chiunque può mandare un film. E questo, per chi sogna di entrare in quel mondo, è il dettaglio più incoraggiante di tutti. Una delle cose che ho apprezzato di più di Barbera è che non ha mai cercato di raccontare il festival come una macchina perfetta, anzi, ha ammesso apertamente che anche in un sistema così strutturato si possono fare errori. Ha raccontato il caso di una giovane regista indiana, Anuparna Roy, che continuava a mandare email, piena di ansia, per avere notizie sul suo film: alla fine si è scoperto che  era già stato selezionato, ma per un errore tecnico non era stato inserito tra quelli ammessi. E fortunatamente sono riusciti a recuperarlo in extremis. Il bello è che Songs of Forgotten Trees ha poi vinto il premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti. È il tipo di aneddoto che ci ricorda quanto dietro le istituzioni culturali ci sono comunque persone e possibilità impreviste: a volte basta davvero poco per cambiare il destino di qualcuno.

Per Barbera serve per forza un percorso accademico per arrivare a fare cinema? Secondo il direttore non esiste una risposta unica. Ha citato come esempio Tom Ford, arrivato al suo terzo film senza una formazione cinematografica tradizionale. Ma ha ricordato anche quanti autori abbiano alle spalle percorsi di studio solidissimi: «Una formazione può aiutare eccome, ma non sostituisce il talento».

Il direttore si è lasciato andare anche a racconti più leggeri, aneddoti su grandi attori, tappeti rossi, rituali che ormai fanno parte della Mostra. E mi ha colpita come cambia il suo volto quando parla dei film: si sporge sulla sedia, gesticola e parla per ore.

Si è toccato anche il tema dei film provenienti da Paesi in guerra o da contesti di crisi. Barbera ha detto una frase che mi è rimasta impressa: «Ognuno ha diritto di farsi sentire, nonostante la sua provenienza, attraverso la cultura, che è lo strumento più importante per superare quelle divisioni sempre più profonde e condizionanti, di fronte ad avvenimenti storici che ci lasciano esterrefatti e impotenti. Il cinema non è solo intrattenimento ma anche testimonianza».

E poi c’è stato tutto il discorso sul post-Covid e sulle piattaforme che hanno cambiato il modo in cui viviamo i film. Secondo Barbera oggi non consumiamo meno cinema di prima, semmai lo consumiamo in modo diverso. Andiamo meno in sala ma continuiamo a vedere film, solo che lo facciamo più spesso dal cellulare o dal pc. La fruizione non è sparita, è solo cambiata.

Tag