«L’idea della Fondazione dedicata a nostro figlio Federico è nata nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa, a soli 32 anni, per tenere viva la sua memoria e continuare a far brillare la sua luce».

Queste sono le prime parole, dalla lettera rivolta ai lettori e lettrici sul sito della fondazione, scritte da Patrizia e Fausto, genitori di Federico Cornoni. Il 32enne, venuto a mancare il 16 maggio 2023, era un attore parmigiano che, con il suo migliore amico Gabriele Anzaldi, ha spesso fatto fronte a ingiustizie nel mondo del teatro. Dopo la sua scomparsa i genitori hanno deciso di fondare la Fondazione Federico Cornoni, che ha la mission di supportare giovani artisti come lui: attori, drammaturghi, registi, compagnie emergenti.
In questo ambiente tanto competitivo quanto “malato”, come dice Gabriele, è necessario accogliere i “cani randagi”. Per questo, ogni anno a partire dal 2023 nel mese di maggio, a Parma si esibiscono artiste e artisti al festival “Canile Drammatico”, che esiste grazie ai fondi privati della famiglia di Federico, al supporto del Comune di Parma, della Fondazione Cariparma e dell’Università di Parma. I direttori artistici scelti da Patrizia e Fausto sono amici stretti e colleghi di Federico: Gabriele Anzaldi, Rita di Leo e Giorgia Favoti. In occasione della terza edizione di “Canile Drammatico”, tra il 14 e il 17 maggio, Gabriele ci fa immergere in questo progetto.

«Qual è il tuo ruolo nella fondazione?»

«Insieme a Giorgia Favoti e Rita di Leo sono direttore artistico della fondazione, ma mi occupo anche della scelta delle attività da proporre, della comunicazione sul sito web e sui social. Il mio lavoro comprende anche la creazione di un concetto visivo di “Canile Drammatico”, che ora è l’attività principale della fondazione. Questo progetto ha bisogno di un’identità visiva forte: perciò l’ho voluta creare con l’aiuto di alcuni grafici di Milano, dove al momento vivo. Inoltre, stiamo studiando per capire quali sono i desideri delle cittadine e cittadini di Parma per portare spettacoli che possano essere graditi».

«Come funziona la scelta degli spettacoli di anno in anno?»

«La nascita della fondazione è avvenuta in modo violento, per quanto mi riguarda, perché tutto è successo poco tempo dopo la perdita di Fede.
La prima edizione è stata particolare, perché con i tempi stretti la scelta è ricaduta su artiste e artisti strettamente legati ai gusti di Federico.
Invece, per la seconda edizione e la terza, ossia quella che inizia tra poco, la scelta è stata decisamente più corposa e ha avuto un’incubazione più lunga. Per l’anno prossimo poi inizieremo la ricerca già a fine maggio. Ci muoviamo in tutta Italia, andiamo a vedere spettacoli di circuiti più piccoli, off, festival di artiste e artisti emergenti. Ci impegniamo il più possibile per andare a vedere gli spettacoli dal vivo, ma ce ne sono davvero tanti; molti ci mandano il loro materiale, come video o anche solo il copione. Infatti, molti di questi spettacoli non sono ancora nati, hanno solo il desiderio di essere presentati. Inoltre, tutti i lavori che portiamo sono di professioniste e professionisti: non c’è un teatro amatoriale nel nostro festival. Per me è importante ribadirlo, perché il concetto di spettacolo deve essere accompagnato dalla parola “lavoratrice/lavoratore dello spettacolo”. Quando parliamo di compagnie emergenti non intendiamo sempre “attori giovani”. Nonostante questo, quando partecipiamo ai bandi molte volte inseriamo la dicitura “Under35”, perché così si è agevolati a ricevere più fondi e creare più attività. La nostra mission è di far circolare quelle compagnie di artiste e artisti, anche fino ai 45 anni, che fanno fatica a trovare il loro spazio».

«L’anno scorso avete scelto il tema della comicità. Quest’anno quale affronterete?»

«Si tratta di un tema che ci sta a cuore: a partire da quest’anno inizia un progetto triennale sul fallimento. Noi della compagnia abbiamo a che fare nella quotidianità con ragazzi molto giovani e adolescenti, e ci stiamo accorgendo che la questione della salute mentale ora è molto presente e delicata, soprattutto per questa fascia d’età. Andando a fare laboratori nelle scuole, ci siamo resi conto che bisogna fare qualcosa. Secondo noi è importante parlare della tematica del fallimento, che in realtà appartiene a tutti. Noi poeticamente l’abbiamo divisa in tre step, uno per anno, associandola a fasi di movimento. Prima quello della torsione che ci prepara a un inciampo, al centro del secondo anno, e poi una caduta, che noi generalmente identifichiamo, forse sbagliando, come un fallimento. Il fallimento è una cosa che riguarda tutti».

«Forse oggi se ne parla poco»

«Sì. Si ha paura di parlarne, però è importante riuscire a scavalcare questa vergogna. Dal punto di vista del genere maschile, ad esempio, si prova sempre vergogna quando capita di piangere in pubblico, forse perché questo gesto viene percepito come un fallimento della virilità. Ma cosa vuol dire sentirsi un fallito o una fallita? Cosa vuol dire fallire? A noi piacerebbe trattare il fallimento come una possibilità che ci diamo di commettere errori. La parola “fallire” indica qualcosa che è finito, mentre l’errore può essere un nuovo inizio. Dobbiamo imparare a godere degli errori, che ci danno margine di miglioramento».

«Perché avete scelto di chiamare il festival “Canile Drammatico”?»

«È capitato per caso: a me piace molto creare titoli, nomi che siano immediatamente accattivanti. Noi cerchiamo il più possibile di fare scelte sempre con lo sguardo rivolto a Federico, al suo gusto un po’ irriverente, ironico. È un festival che parte da lui per poi evolvere. Volevamo ironizzare e alleggerire il fatto che noi artisti ci prendiamo sempre molto sul serio: molti si sentono delle star, anche quando non lo sono. Una parte che appartiene al nostro lavoro, ovviamente, è l’ego, che però va tenuto molto a bada: un conto è se lo si trasforma in lavoro, un altro è se è fine a se stesso. Non ci prendiamo troppo sul serio, però allo stesso tempo ci prendiamo sul serio, perché ricordiamo che siamo lavoratrici e lavoratori di teatro. Mi spiego meglio: facciamo un mestiere che deve sempre apparire come un gioco agli occhi del pubblico; bisogna mantenere una leggerezza, pur nella professionalità. Quando un attore fa cagare, detto elegantemente, solitamente lo si chiama “attore cane”, quindi abbiamo voluto pensarci come un “canile” in questo senso, e “drammatico”, ossia che tratta il dramma. Un luogo in cui si raccolgono artisti e compagnie emergenti che cercano adozione. Un’altra nostra mission è quella di proporre sempre e comunque una paga oltre il dignitoso: a questo aspetto ci teniamo molto, perché il sistema teatrale italiano, molte volte, non lo fa.»

«Come ti sei sentito quando i genitori di Federico ti hanno proposto di diventare direttore artistico della fondazione?»

«Subito ho avuto molta paura, sono sincero. Era un momento di profondo smarrimento perché avevo appena perso il mio migliore amico. Non avevo in mente di fare alcuna attività artistica; infatti, in quell’anno ho preso le distanze dal teatro. Federico e io, come altre persone che hanno fatto il nostro stesso percorso, abbiamo subito ingiustizie più o meno violente durante la nostra formazione, quindi avevamo una forte rabbia e parlandone cercavamo un modo per uscire da questo loop. Volevamo denunciare, ma non è così facile: quali sarebbero state le ripercussioni su di noi e sulle nostre carriere? Parlavamo di questo. Quando i genitori di Fede mi hanno fatto la proposta, come a Giorgia e a Rita, io non volevo saperne. Ero frastornato. Inizialmente ho detto sì, però poi mi sono preso del tempo per riflettere. Mi si è acceso un fuoco e ho pensato: con questa possibilità voglio rischiare, eventualmente fallire, ma farlo bene. Ho sempre messo in chiaro che la nostra mission deve essere come un faro: se dovessimo smettere di seguirlo, io non vorrei più partecipare. Per quanto possiamo, a “Canile drammatico”, non vogliamo dare spazio a persone che creano rapporti malati in questo ambito».

«Secondo te qual è la cosa che Federico apprezza di più del vostro lavoro?»

«Questa è tosta. Sicuramente la scelta degli spettacoli non l’avrebbe approvata, ad esempio tra quelli di quest’anno solo uno sarebbe stato affine ai gusti di Fede. Sono sicuro che ci avrebbe preso molto in giro. Forse quello che lo renderebbe più felice è come teniamo saldi i valori da cui siamo partiti, e anche il fatto che ora questo progetto sta finalmente venendo alla luce, soprattutto, ma non solo, grazie ai fondi privati della famiglia di Fede, per cui ci riteniamo privilegiati. Sarebbe orgoglioso».

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