
La storia di Seed/My Light Years è il racconto di due anime che si incrociano e si fondono in un unico corpo. La prima, fatta di luce e movimento, cammina per i corridoi della Winchester School of Art alla fine degli anni ’60. La seconda, massa di suono e segnali elettrici, cerca di farsi strada nell’inesplorato universo musicale inaugurato da John Cage, scosso dall’avvento della sintesi sonora. È il 1972 e questi due mondi collidono.
È così, spezzandosi in due e riunendosi, che Brian Eno si racconta: diviso dalla scelta di essere artista o musicista, realizza come quelle due anime vaganti possano in realtà convivere.
“In uno studio di registrazione non si fa altro che rendere fisica la musica, bloccarla nel tempo oltre alla sua intrinseca natura effimera”, racconta Eno durante l’incontro alla Casa della Musica: “La si trasforma in qualcosa non troppo distante da un quadro, fruibile nel tempo, concreto, di cui si può continuare a godere oltre alla fine dell’esibizione dal vivo”.
È con questa rivelazione che Eno capisce di poter coinvolgere vista e udito in un’unica opera, dando una svolta al suo percorso artistico inaugurato con i Light Boxes degli anni ’60.

Una sezione di My Light Years nell’Ospedale Vecchio / crediti Alberto Lusetti
Proprio questi ultimi aprono la mostra My Light Years nell’Ospedale Vecchio di Parma, riaperto dopo cent’anni per l’occasione: stampe di figure geometriche, dai cerchi iniziali fino ai poligoni più recenti, i cui vivaci colori vogliono suggerire immagini in movimento grazie alla luce. In questa fase embrionale l’idea di movimento c’è, ma resta intrappolata in una cornice, e, paradossalmente, non si muove.
È in quello stesso studio di registrazione, come racconta l’artista britannico, che avviene l’epifania che gli permetterà di superare questo cortocircuito: “era il periodo in cui lavoravo con i Talking Heads, mentre nella stanza accanto i Foreigner stavano registrando I Wanna Know What Love is, quando uno di loro irrompe nella sala e mi vende per 200 dollari una telecamera a colori della Panasonic”. E da lì, tutto cambia.
Mistaken Memories of Medieval Manhattan è il figlio maggiore della nuova fase che ha inizio da quel momento: una ripresa delle Twin Towers in 4/3, ma ribaltata in verticale. Un’idea nata per caso, dalla mancanza di un cavalletto e la possibilità di appoggiare la camera soltanto sul lato corto, ma che assicurerà un posto all’artista nell’onda di videoarte, che dagli anni ’60 determina il panorama artistico contemporaneo: quello che stava guardando non era un filmato, ma un quadro in movimento.
Con un’immagine saturata all’estremo, colori irreali, e la radicale lentezza del movimento delle nuvole, Eno crea un’immagine che non comunica, ma mostra. In un mondo in cui gli schermi hanno esclusivo ruolo narrativo e i video vengono utilizzati per comunicare posizioni chiare e schierate, l’artista applica un processo di astrazione, fino a tornare alla loro forma più pura, quella di luce in movimento.
Così come lo skyline di New York è esteticamente rilevante senza comunicare niente, i Crystals rappresentano la massima riduzione del mezzo televisivo a produttore di fotoni. In un’evidente critica al divulgatore per eccellenza di gossip, politica e notizie, l’artista britannico poggia su schermi strutture in carton plume a forma di ziggurat, eliminando il contingente per evidenziare l’essenziale. Del video proiettato sullo schermo non rimane nulla, se non luce colorata in movimento, suggestiva e ipnotica.

Una sezione di My Light Years all’Ospedale Vecchio / crediti Alberto Lusetti
In un’operazione duchampiana, dunque, Brian Eno prende la quotidianità e la trasforma in arte, e in questo gioca un ruolo essenziale la lentezza: “voglio trovare il punto esatto in cui il cambiamento che non hai notato trasforma l’oggetto in una cosa nuova.” spiega l’artista: “Mi interessano la potenza, il significato, la bellezza in un soggetto comune e accessibile, per generare qualcosa di diverso dall’esistente”.
Nella fluidità del movimento, c’è un attimo in cui tutto cambia, impercettibile all’occhio comune, ma non a quello dell’artista: “doubletake” lo chiama Eno, riferendosi alla responsabilità di non trascurare i dettagli che si assume l’autore, nel suo compito di dare valore estetico all’insignificante.
E la musica? Essa non si limita ad accompagnare, ma avvolge. Senza una direzione, viene dalle pareti, dal soffitto, dalle opere stesse, dai vasi di fiori il cui pistillo non è altro che una cassa.
Così i New York Portraits spezzano quell’obbligato gioco di sguardi tipico della galleria d’arte: non vi è imbarazzo tra un pubblico distratto e gli occhi ritratti fissi sull’osservatore, ma, al contrario, le donne riprese dall’artista si muovono, alzano lo sguardo, girano la testa, con una lentezza affascinante. I lunghi bordoni della musica ambient di Eno guidano la mente nella contemplazione dei loro volti, e suscitano emozioni e sensazioni come la colonna sonora di un film, di cui noi scriviamo la trama in tempo reale.
Si ha l’impressione di poter conoscere davvero la persona dietro a quei visi fissati su pixel, soltanto fermandosi e osservando: le fossette sulle guance di una, il modo che un’altra ha di arricciare il naso e ancora il suo sorriso. Particolari visibili solo a chi si concede il tempo di un doubletake.

77 Million Paintings / crediti Alberto Lusetti
77 Million Paintings è forse l’emblema di questo concetto: 77 milioni di combinazioni di stampe realizzate dall’artista, casualmente abbinate da un software di sua creazione. La musica generativa di Eno, capace di autoalimentarsi in un susseguirsi imprevedibile di suono, si fonda sul medesimo principio, e si concretizza così in arte visiva.
Allo stesso modo Face to Face, monumentale proiezione di 50 volti che confluiscono l’uno nell’altro, è simbolo del passare del tempo e della caducità umana. I lunghi accordi di Between Coming and Going accompagnano l’opera, creando un gioco musicale tra momenti di pace e di tensione, il quale allude all’imprevedibilità della vita.
Il fattore di casualità presente nell’arte di Eno è la scelta consapevole di chi non ha mai avuto paura di confrontarsi con l’avanguardia tecnologica: tra i continui stimoli dei media, Eno deresponsabilizza l’azione umana, affidandola ad un programma, per rifiutare l’utilizzo strumentalizzato dell’immagine multimediale.
“Il problema dell’AI non è a cosa serve, ma chi la possiede”, spiega l’artista, che ovvia al problema utilizzando software da lui stessi ideati. Così, ancora una volta l’arte di Eno non comunica niente di specifico, se non ciò che l’osservatore sceglie di vedere nell’opera. La conseguenza è la nascita di un luogo capace di trasportare il visitatore in un mondo interiore completamente personale, perché soggettivo, unico e irripetibile.

Brian Eno ai Giardini di San Paolo / crediti Alberto Lusetti
Come Eno vuole vedere l’arte sbocciare negli attimi di vita quotidiana, così ne pianta le radici nel Giardini di San Paolo di Parma, con l’installazione sonora site-specific Seed. Bolla di silenzio nel mezzo della frenesia cittadina, i giardini riempiono la loro quiete con le dolci note del pianoforte di Eno, in un concerto in cui musica e natura si uniscono.
Quella dei Giardini di San Paolo è una quiete che non è indifferenza, ma, senza imporci cosa pensare, ci dà lo spazio per farlo. Ispiratrice di questo concetto è Ece Tamelkuran, scrittrice turca e collaboratrice di Eno, che, nel suo lavoro di attivista contro il declino della democrazia, di questo spazio aveva bisogno.
Sopraffatta dagli orrori del mondo, Ece Tamelkuran interrompe il proprio lavoro per scrivere racconti dedicati ai volatili, di cui si possono leggere estratti all’interno dell’installazione. Ad accompagnarli è il cinguettio di questi uccelli, non solo reali, ma anche riprodotti da diffusori all’interno di piccole casette attaccate agli alberi del chiostro. Quei racconti sono segnali di tregua e i giardini di San Paolo sospendono il tempo per lasciare che lo spettatore si perda in un flusso di pensieri.
È così che il silenzio inizia a far rumore e diventa politica: “Credo che la parte più consistente della crudeltà abbia a che fare con la velocità” afferma Tamelkuran: “La frenesia della società contemporanea porta ad andare oltre, a dimenticare, distratti, i popoli che soffrono”, continua, affiancata da Eno e dalla spilla con la bandiera palestinese che il musicista ha indosso.
Come l’ambient di Eno supera il tecnicismo e il virtuosismo musicale, così Seed invita a mettere da parte l’individualismo e a soffermarsi su ciò che si ha intorno: “è una lotta al superuomo” afferma il curatore Alessandro Albertini: “all’idea di genio dell’arte distaccato e incompreso. Il genio, ammesso che esista, è godibile perché inserito in una comunità che l’ha portato alla luce”. Comunità che Seed ha lo scopo di creare, perché è concedendosi attimi di pace che possono nascere vere connessioni tra individui.
“Persone che occupano il proprio tempo facendo cose inutili”: questo Eno si aspetta da chi visiterà i Giardini di San Paolo, nei quali fino al 2 agosto si aggireranno quelle due anime appartenenti all’artista, richiedendo solo due cose: osservare e ascoltare.




