
Il giorno della proclamazione della laurea non è solo il coronamento di un percorso universitario denso e ricco di sfide e opportunità: è anche occasione di festa, di incontro con amici e familiari per celebrare un momento irripetibile nel proprio tracciato umano e professionale. Negli atenei italiani, da lungo tempo, è invalsa la pratica di “sparare” in aria coriandoli in plastica colorati per suggellare tale momento di giubilo. Una prassi goliardica, a suo modo scenografica, ma estremamente dannosa per l’ambiente: questi piccoli frammenti finiscono con l’infilarsi ovunque e, poiché non biodegradabili, vi restano per lungo tempo, compromettendo in maniera irrimediabile l’equilibrio ecosistemico.
Un’attenzione vieppiù mirata al tema della sostenibilità ambientale ha fatto sì che questa consuetudine venisse messa al bando: un’ordinanza del 3 febbraio del Comune di Parma, prontamente recepita dall’università, ha vietato il rilascio di coriandoli – nonché di nastri, palloncini e lanterne cinesi.
In questo scenario, normativo ed etico, si inserisce il progetto di Elena Nardiello, dottoranda in Pedagogia sui temi dell’apprendimento esperienziale e dell’identità ambientale, e di Matteo Di Febo, dottorando in Ingegneria industriale con focus sul riciclo dei materiali polimerici, presentato all’EU GREEN Student Conference del 6 e 7 marzo. Nardiello e Di Febo hanno ideato un dispositivo che sostituisce, ai coriandoli, semi e foglie secche, suggerendo come un momento di festa possa trasformarsi in azione ecologica. «La celebrazione della laurea come gesto di semina, letteralmente e simbolicamente». Il device, stampato in 3D e realizzato con filamenti riciclati, non prevede l’impiego di aria compressa o gas per innescare il lancio e, nell’intenzione dei due dottorandi, potrà essere affittato online dagli studenti, utilizzato e, quindi, restituito: un modello che abbatte gli sprechi e assicura un uso responsabile.
Come nasce il vostro progetto?
E: «Il progetto prende avvio attraverso un’iniziativa promossa dall’Università di Parma, in collaborazione con gli altri atenei che afferiscono all’Alleanza EU GREEN: gli “Innovation Days”, due giorni di workshop sull’imprenditorialità sostenibile. Durante queste giornate è stato chiesto a studenti e studentesse che vi partecipavano – di triennale, magistrale e anche dottorandi – di proporre un’idea sulla quale poi avremmo lavorato successivamente, in un’ottica di progettualità sostenibile, con dei professionisti che si occupavano di imprenditoria, design, giornalismo e così via».
M: «L’obiettivo era dare delle basi a chi voleva sviluppare delle idee di business, legate al tema della progettualità sostenibile. Ci siamo ritrovati in gruppo un po’ per caso, ma subito ci siamo trovati in sintonia».
Su quali pilastri poggia la vostra idea?
E: «Siamo partiti da un problema evidente del nostro ateneo: l’uso dei coriandoli in plastica, formalmente vietati, ma ancora utilizzati in modo indiscriminato. L’idea era quella di fornire un’alternativa, anziché di inibire una pratica; convertire un’abitudine insostenibile in un gesto non soltanto neutrale – quindi che non recasse ulteriore danno all’ambiente – ma addirittura che valorizzasse quest’ultimo, aumentando la biodiversità locale».
M: «L’idea era quella di sviluppare un dispositivo simile agli sparacoriandoli in plastica, ma riutilizzabile e realizzato a partire da materiali di recupero e/o sostenibili, come il PLA, l’acido polilattico, un polimero termoplastico compostabile ampiamente utilizzato nella stampa 3D. Come materiale “esplosivo”, invece, al posto dei comuni coriandoli abbiamo pensato di impiegare delle foglie secche e dei semi, magari tinti con coloranti naturali. Esistono in natura delle semenze, come quelle dell’acero, che, in volo, realizzano dei movimenti tipo elicottero, con un notevole effetto scenografico. Inoltre, la parte secca espulsa può fungere da alimento per uccelli, insetti o piccoli roditori che, a causa dell’urbanizzazione, sono stati costretti ad abbandonare alcuni dei loro habitat. Il fine è quello di restituire le stesse emozioni di gioia e comunità, ma in modo sostenibile».
Partivate da percorsi professionali differenti, pedagogia e ingegneria dei materiali: come siete riusciti a fondere le vostre competenze?
E: «È stato un processo naturale; il messaggio di base che ci ha unito fin da subito era che la sostenibilità, a nostro avviso, non è e non deve diventare business: volevamo andare oltre l’idea della monetizzazione, e proporre alla cittadinanza un’alternativa virtuosa e utile a partire da un’esigenza concreta. Tutto ciò ha fatto sì che la mia formazione specifica – la pedagogia declinata nell’educazione all’aperto e nell’incontro tra mondo umano e non umano in una dimensione di accoglienza, rispetto e valorizzazione – trovasse un’eco nelle competenze di Matteo. È un continuo scambio di opinioni e stimoli».
E per il futuro?
M: «Speriamo di realizzare un prototipo entro l’estate. Ci stiamo confrontando con un docente di biologia per la scelta di semenze e foglie locali. Abbiamo trovato un terreno molto fertile, in un contesto, come quello parmigiano, in cui è stata vietata con un’ordinanza comunale la dispersione nell’ambiente di coriandoli. Se posso spezzare una lancia a favore dell’ateneo, abbiamo notato molta sensibilità sui temi della sostenibilità, la comunità accademica è molto proattiva».
E: «Il motto del nostro progetto è Sow your party, “semina la tua festa”: torno a dire che alla base del progetto vi è la volontà non di eliminare una tradizione, ma riconvertirla in un’azione che sia rispettosa per l’ambiente».




