La biblioteca del naMec

  • foto di Gabriele Ravini

In una piccola biblioteca al primo piano in Borgo Carissimi, campeggia solenne una grande bandiera della Mongolia.

Anche ai passanti che non avessero familiarità con il rosso e blu caratteristici del vessillo, un primo indizio a riguardo si trova facendo un passo nella stanza: tra due librerie piene di testi dalla scrittura verticale sottile e raffinata, lo sguardo solenne di un ritratto di Gengis Khan accoglie gli ignari ospiti.

È così che dopo aver fatto un esame al polo didattico in via del Prato ho conosciuto il centro di ricerca interuniversitario naMec – Asian, Nomadic Cultures, Mobility and Environment Study Center – e la sua vicedirettrice, la professoressa Sabrina Tosi Cambini docente di antropologia a Parma, che si è subito resa disponibile a raccontare il centro.

«La sede naMec di Parma è stata inaugurata nel dicembre del 2024 con una piccola cerimonia in cui era presente anche l’ambasciatrice della Mongolia, ma l’inaugurazione principale è avvenuta ad aprile a Firenze» spiega la professoressa, poco dopo avermi accolto nel suo ufficio.

Intanto lo sguardo mi cade sulle pedine della scacchiera sulla sua scrivania che mi ricordano degli animali: è lo shatar, scopro più tardi, la versione mongola degli scacchi in cui ogni pedina è tradizionalmente intagliata a mano rifacendosi a modelli della vita nomadica. Tutto l’ufficio sembra la prosecuzione del centro naMec della stanza a fianco.

«Il centro è il risultato della collaborazione tra l’Università di Parma, l’Università di Firenze e l’International Institute for the Study of Nomadic Civilizations di Ulaanbaatar, formalizzata poi con la creazione del centro l’anno scorso – prosegue Tosi Cambini – ma il primo contatto lo abbiamo avuto nel 2016 tramite l’Università di Firenze, io e la mia collega e amica, Nadia Breda». Infatti, Tosi Cambini ha insegnato prima tra Firenze e Verona, e poi è passata a Parma nel 2021.

L’obiettivo del centro, come si legge sul sito, è «Promuove attività di ricerca interdisciplinare, costruzione di reti accademiche, scambi internazionali e iniziative culturali». La prof mi anticipa che hanno da poco inoltrato la richiesta per attivare un progetto Erasmus+ tra le università del centro naMec, se venisse accettato già dall’anno prossimo potrebbero avvenire i primi scambi tra studenti di Parma e Ulaanbaatar.

Durante l’incontro vengo a sapere di alcune delle tappe che hanno portato alla creazione del naMec, un percorso arrivato oggi al decimo anno. Nel 2017 la prima spedizione nella taiga a nord del lago Khovsgov, vicino al confine con la Siberia. In concomitanza l’Agreeement tra l’Università di Firenze e la Mongolian State University of Arts and Culture. Poi numerose conferenze, sia in contesti nazionali che internazionali. Il primo accordo con l’Università di Parma invece è stato firmato nel 2022, dopo la pausa dovuta al periodo pandemico, in questo caso un Memorandum con l’IISNC, un centro afferente all’UNESCO.

«Principalmente mi occupo di antropologia urbana, dell’abitare e del rapporto con l’ambiente – racconta Tosi Cambini – ho svolto etnografia principalmente nei contesti dell’abitare precario, delle migrazioni e dei gruppi itineranti europei, poi del nomadismo in Mongolia».

L’avvicinamento da parte della professoressa a quest’ultimo è iniziato grazie a una tesi magistrale all’Università di Firenze di uno studente proveniente dalla Mongolia, capisco più avanti. Tosi Cambini e la collega Breda sono state rispettivamente correlatrice e relatrice. «La distanza in realtà è breve – spiega riferendosi ai suoi precedenti studi – nella cultura mongola il rapporto con l’ambiente è fondamentale».

A questo punto l’incontro si sposta nella biblioteca che aveva destato la mia attenzione inizialmente: la biblioteca-mostra del Mongolian Cultural Center, istituita insieme al naMec. Appena entrati ci si imbatte in un imponente teca dalla struttura in legno. Mi confessa sia una di quelle del MUST dismesse della sede centrale, l’hanno fatta passare dalla finestra per posizionarla lì. All’interno ci sono oggetti molto curiosi: un modellino di una ger, la versione mongola della yurta a noi più familiare, e due strumenti musicali a corda, chiamati Altai Harp e Morin Khuur.  L’Altai Harp come dimensioni è poco più di un ukulele ma il manico è curvo con in cima una grande decorazione di legno che riproduce le corna di una capra. Mentre il Morin Khuur ha le dimensioni di una chitarra all’incirca, con una cassa piccola e rettangolare, si suona in verticale con l’archetto. Sulla sommità è decorato con un intaglio a forma di testa di cavallo, da qui il nome che letteralmente significa “testa di cavallo”.

«L’Altai Harp è recente come scoperta – racconta Tosi Cambini – è stato trovato per la prima volta nel 2008 in una tomba del settimo/ottavo secolo». Da allora si è iniziato a produrre delle repliche e molti gruppi stanno cercando di diffonderne l’uso e la sua musicalità.

Come ha raccontato la professoressa, il rapporto con l’ambiente è fondamentale per la cultura mongola: «C’è sempre un richiamo alla natura, basta vedere come sono decorati gli strumenti, con queste teste intagliate». Il richiamo naturale è anche nella ritmicità e nella sonorità della musica mongola, come anche nel canto tradizionale gutturale nel quale capita di imbattersi a volte sui social.

L’ultimo manufatto che mi presenta è una boccetta in una pietra lucida bianca chiamata khüürug. È un oggetto molto importante per ogni famiglia mongola. «Contiene del tabacco, una composizione personale unica e viene usato durante il saluto tradizionale» spiega la professoressa. E mi mostra come avviene: quando due mongoli si incontrano nella steppa si fermano sempre per salutarsi, scendono dal cavallo – il modo più diffuso per spostarsi in quell’ambiente – porgono il khüürug con entrambe le mani e lo prelevano sempre con la mano destra, fanno cadere un po’ di tabacco sul dorso e lo annusano.

Di oggetti da scoprire e spedizioni da raccontare ce ne sarebbero state ancora molte, come ad esempio lo shagai, un gioco in cui usano le ossa del tarso degli animali della steppa, ma il tempo a disposizione era sfortunatamente già finito. La prof e io ci siamo salutati con la promessa di un secondo incontro, per capire un pezzo in più della cultura nomadica della Mongolia. Vi tengo aggiornati.

(1) dettaglio della decorazione di un Morin Khuur ; (2) l’Altai Harp; (3) Ritratto di Gengis Khan donato dal Ministero della Cultura della Mongolia / foto di Gabriele Ravini

Tag