Marta Cartabia, giurista e Presidente emerita della Corte costituzionale

«Anche il potere democraticamente eletto deve comunque attenersi a certi contenuti, a certi principi, a certe procedure che sono quelle concordate nel livello costituzionale».

Marta Cartabia, giurista e Presidente emerita della Corte costituzionale, ha tenuto la prolusione in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università. La lectio della docente ha preso le mosse dal ricordo del voto del 1946 – di cui quest’anno si celebra l’ottantesimo anniversario – mettendo in evidenza il ruolo delle donne nel processo costituente: «Erano ventuno su oltre cinquecento componenti dell’Assemblea, un numero tutto sommato esiguo se lo calcoliamo con la misura della matematica; ma se lo calcoliamo con la misura della storia, è un passo gigantesco. Fino al 2 giugno, nessuna donna aveva ancora potuto votare, a parte un’anticipazione nelle elezioni amministrative. Eppure, già le donne avevano delle rappresentanti pronte a prendersi la responsabilità di misurarsi in un consesso ampiamente dominato dagli uomini. Erano personalità completamente diverse le une dalle altre, per età, provenienza geografica, affiliazione partitica. Quello che, però, è interessante, è che in alcuni punti dei lavori dell’Assemblea costituente, quando c’erano degli snodi che toccavano più direttamente le questioni legate alla condizione femminile, seppero sempre muoversi con grande compattezza».

Una Costituzione Nata per unire, come riporta il titolo di un libro di Enzo Cheli, dei cui valori, sostiene Cartabia, dobbiamo riappropriarci: «Quelle conquiste non sono destinate al declino, ma siamo su un crinale, siamo a un bivio: o esse, con tutto il loro significato storico, vengono “riconquistate” dalle nuove generazioni o non potranno muoversi per inerzia».

Nel suo discorso inaugurale, il Rettore Paolo Martelli ha ricordato come «per un’Università, restare sempre uguale è una sconfitta, e soprattutto è un segno di lontananza dalla realtà. È una consapevolezza che abbiamo molto chiara, e sulla quale improntiamo il nostro agire. Solo così, con il coraggio di cambiare, potremo rispondere davvero a ciò che ci chiede la società, a ciò che ci chiedono i giovani e le giovani, che hanno bisogno dell’Università: per crescere, per formarsi, per capire, per costruirsi un futuro, per scoprirsi, per trovarsi».

La Presidente del Consiglio del Personale tecnico-amministrativo, Rita Ollà, ha riflettuto sul senso di comunità proprio dell’Università: «Il nostro Ateneo sceglie di essere un luogo accogliente, inclusivo, attento alle pari opportunità. Uno spazio in cui il merito viene riconosciuto, in cui le differenze culturali sono considerate una ricchezza, in cui l’accoglienza è pratica quotidiana e non semplice dichiarazione».

Netta la presa di posizione di Andrea Marino, Presidente del Consiglio degli Studenti: «Non possiamo ignorare il clima cupo che si respira nel Paese. Voglio dirlo con chiarezza: siamo profondamente preoccupati per il modo in cui, nel dibattito pubblico, vengono raccontate alcune mobilitazioni studentesche. Quanto accaduto nelle piazze di Torino, i fatti di Rogoredo e tanti altri avvenimenti, sono stati utilizzati come clava politica. Abbiamo assistito a una strumentalizzazione indegna, dove il disagio sociale e la protesta legittima sono stati ridotti a meri problemi di ordine pubblico o, peggio, ad atti di delinquenza». Per poi ricordare come «mentre si spendono energie e parole per condannare le piazze, si resta in silenzio davanti al definanziamento sistematico della nostra università. Il Governo taglia il Fondo di Finanziamento Ordinario, aggravando problemi già esistenti: mancanza di strumenti adeguati, materiale, spazi e strutture».

Come dice Andrea, «buon anno accademico a chi non abbassa la testa».

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