Dopo la lettura del romanzo Giorni di guerra di Giovanni Comisso mi sono sentita più leggera. Viene da chiederci come sia possibile affrontare con leggerezza un romanzo che ci parla di guerra, di compagni caduti, del terrore provato durante immobili giornate al freddo, ad aspettare un nemico che non si sa bene a quanta distanza sia da noi.

La guerra descritta da Comisso ha i contorni di una pericolosa scampagnata domenicale; non c’è nella sua opera alcuna denuncia politica, ma la sua esperienza sensoriale e la capacità di sentirsi felice nonostante tutto. Sentimenti che affiorano in momenti inaspettati: «Ero felice. Una felicità tutta generata da sensazioni suscitate in coincidenze incredibili: estate, domenica, sul Montello».

Quello che mi ha colpito di più è il contrasto stridente tra la violenza del conflitto e l’attenzione dedicata alla natura circostante. Comisso si sofferma sul tempo atmosferico, sui paesaggi del Carso, sui dettagli: «la strada tra i filari dei meli dove le frutta luccicavano acerbe contro l’ombra degli alti monti». I ciliegi carichi di frutta gonfia e dolcissima, non sono solo elementi decorativi della narrazione, ma diventano anche parte integrante dell’esperienza bellica, usati come tralicci per i cavi telefonici, installati dalla sua divisione. È come se natura e guerra coesistessero su due piani paralleli e l’autore ci mostra come la bellezza del mondo possa emergere anche in contesti estremi: «Vi fu un giorno di sosta. Un giorno di bel sole, caldo di giugno, sui campi pieni di frumento maturo e sulle siepi traboccanti di foglie».

Scritto tra il 1919 e il 1929 e pubblicato nel 1930, prendendo spunto anche dalle tante lettere inviate dall’autore ai genitori dal fronte, Giorni di Guerra non è un crudo reportage di tragiche morti e dilanianti scontri a fuoco. È piuttosto il racconto del passaggio all’età adulta di un diciannovenne che, dopo essere stato bocciato alla maturità nel 1914, si arruola volontario, ignaro della brutalità che lo attende. Comisso, destinato al Terzo Reggimento Genio Telegrafisti, narra la sua esperienza nella Grande Guerra attraverso un linguaggio semplice, immediato e vitale.

Il suo racconto segue le tappe del conflitto: l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915, la promozione a caporale nel 1916, fino agli eventi del 1917 con il ricovero per esaurimento, la promozione a tenente e la drammatica disfatta di Caporetto. È proprio durante il 1917 che ci racconta della salita sul Monte Rombon a bordo di una teleferica destinata alle merci con l’intento di controllare le linee telefoniche posate dalla sua divisione. L’empatia con il protagonista ci fa presa fin da subito durante la lettura: ci troviamo immersi nello stesso cielo, proviamo la sua stessa paura quando al di sotto, da un qualche punto indefinito, si apre il fuoco nemico, finendo col sorridere insieme a lui quando ricorda con dolcezza Le nuvole di Aristofane.

E infine il 1918, con l‘armistizio.

La scrittura di Comisso è limpida e incisiva, piacevole, a tratti serena, capace di evocare immagini potenti e di trasmettere emozioni profonde, portando il lettore quasi a dimenticare che stia leggendo il racconto di un conflitto.

Si percepisce tuttavia il confine netto tra la vita spensierata di prima e quella post bellica, segnata dalla consapevolezza dell’inutilità della guerra e dell’estrema precarietà della vita umana.

Giorni di guerra è un libro che probabilmente non avrei mai letto se non avesse fatto parte del programma d’esame di Letteratura Italiana al mio primo anno universitario. Ma sono estremamente contenta di averlo trovato lungo il mio percorso di studentessa, non solo per la sua testimonianza storica e l’importanza letteraria, ma anche per il modo così insolito di trattare un argomento del tutto drammatico ma purtroppo ancora molto attuale.

«Fuori la notte era limpidamente stellata: una stupenda notte di montagna ai primi freddi»

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