
Cala il sipario sulla prima EU GREEN Student Conference, l’assise che ha riunito a Parma universitari provenienti da otto diversi atenei europei nel nome della sostenibilità e della partecipazione attiva e consapevole. Due giornate di scambi, discussioni e proposte concrete, al fine di costituire una solida alleanza fra università che possa travalicare i confini nazionali e dare impulso a progettualità innovative. Soprattutto, una conferenza degli studenti per gli studenti, come sottolineato dai promotori dell’evento. E c’è da esserne fieri, per quello che a tutti gli effetti può essere considerato un autentico successo.
La conferenza ha trasformato il Polo di via Kennedy in un piccolo melting pot europeo, pieno di lingue e culture straniere. Già all’entrata era evidente un’atmosfera differente dal solito: un forte clima di diversità e gioia, gli studenti erano sparsi per l’edificio a ridere e scherzare prima dell’inizio dell’incontro. All’arrivo, ai partecipanti è stata data anche una borsa con alcuni gadget brandizzati dall’Università di Parma e da EU GREEN, un piccolo ricordo dell’esperienza.
Poco alla volta gli studenti si sono accomodati in aula K16, che si è così riempita di volti nuovi e di un clima di curiosità ed entusiasmo. Ogni panel, formato da un mix di studenti delle università partecipanti, ha presentato il proprio progetto seguendo una struttura fissa: prima hanno esposto una problematica comune a tutte le università coinvolte (ogni gruppo aveva un tema specifico), per poi concentrarsi, invece, sulle soluzioni trovate a queste perplessità. Gli interventi hanno rispettato tempi precisi per dare spazio a tutti e al termine di ogni presentazione è stato ritagliato un momento di confronto con domande, osservazioni e commenti da parte degli altri partecipanti, favorendo un dialogo costruttivo tra i diversi gruppi
«Amo tutto di questa conferenza – ci racconta Mircea Hartmann, 24 anni, studente dell’Università di Oradea (Romania) – le persone, l’esperienza, il cibo (ride). Davvero, mi è piaciuta ogni cosa. E tutti si sono impegnati così duramente. Quando le idee si mettono insieme, nasce qualcosa di bello. Come potete vedere, ieri e oggi il lavoro dei panel ha dato i suoi frutti. È stato bellissimo», . Il riferimento è alla presentazione dei progetti elaborati dai partecipanti che, divisi in sei team monotematici, hanno affrontato tematiche variegate, ma tutte in qualche modo inerenti al benessere delle comunità accademiche. Colpisce l’entusiasmo dei ragazzi e delle ragazze, che mostrano di aver apprezzato l’opportunità di confrontarsi con colleghi provenienti da diversi milieu geografici e sociali.
«In questi due giorni abbiamo incontrato molte persone diverse, con background differenti, il che è molto bello. Abbiamo avuto dei workshop e molte discussioni produttive, e abbiamo potuto vedere di persona il lavoro che avevamo sviluppato nei mesi precedenti. Riunirci per parlare e mettere per iscritto la comunicazione finale congiunta è molto entusiasmante. È stato parecchio intenso e stancante, ma anche molto interessante», commenta Nicole Sobral, 24 anni, dell’Università di Évora (Portogallo). Il congresso, infatti, rappresenta il punto di arrivo di un percorso che ha visto gli studenti e le studentesse impegnati per vari mesi, in periodiche riunioni online. «Dobbiamo continuare a lavorare a diversi livelli, e trovare soluzioni che funzionino per tutte le università», conclude Nicole.
Il primo passo da compiere è l’individuazione delle sfide del mondo contemporaneo, come ci spiega Michaela Smeds, 35 anni, studentessa dell’Università di Gävle (Norvegia): «Quello che abbiamo notato abbastanza velocemente è che, anche se proveniamo da nove università diverse, viviamo gli stessi tipi di problemi, specialmente il razzismo e le discriminazioni legate alle disabilità. E abbiamo capito che dobbiamo creare conoscenza. Il fattore principale, però, è in realtà economico».
A riferirci le prossime tappe del progetto è sempre Michaela: «Ci saranno altri incontri, non so ancora se online, ma, comunque, almeno una volta al mese lavoreremo su questo. Poi, invieremo una bozza finale all’Alleanza, e loro la esamineranno per vedere se possono implementare i cambiamenti proposti. Il documento verrà presentato anche alla Commissione europea, credo, o al Parlamento europeo. Abbiamo anche parlato del fatto che vorremmo che il documento fosse “vivo”. Così, se l’anno prossimo si rifarà questa iniziativa — cosa che spero davvero — il nuovo panel potrà guardare il nostro draft e continuare il lavoro da lì. Adesso dobbiamo fare il primo step: realizzare una base di partenza. Poi si potrà entrare più nei dettagli e proseguire con lo sviluppo».
Ciò che ci ha colpiti è stato soprattutto l’impegno dimostrato dagli studenti coinvolti. Partecipare a un progetto di questo tipo ha sicuramente richiesto molto lavoro dietro le quinte, ma i ragazzi sono stati molto bravi e intraprendenti a prendere parte a un’iniziativa così impegnativa. Per le aule si respirava un’aria di gioventù e di voglia di fare, era evidente il desiderio di migliorare l’ambiente universitario, non solo per se stessi ma anche e soprattutto per gli altri. Altrettanto suggestivo è stato ascoltare la varietà di accenti e lingue presenti in aula: hanno creato un ambiente che non si vive tutti i giorni, pieno di diversità ma privo di pregiudizi. Anche gli interventi e le domande del pubblico hanno contribuito a rendere il confronto stimolante. Infatti, molte delle problematiche discusse nei progetti, fanno davvero parte della vita quotidiana degli studenti. Sentire le loro esperienze è stato un bel modo per comprendere quanto è importante che questo progetto sia stato creato dagli studenti per gli studenti, un’iniziativa capace di dare voce alle nostre idee e di renderle concrete.
Prossimo appuntamento: Wroclaw, Polonia, nel 2028.




