In una chiesetta da qualche parte in Sud America, lontano dalle spiagge e dalle montagne di Sanremo, nel video di Risk it all un artista che ha già vinto 16 Grammy canta con una chitarra e un cappello da gringo, che per avere il cuore della sua amata farebbe qualsiasi cosa, ma proprio qualsiasi cosa: scalerebbe ogni montagna, si spingerebbe fino alle stelle, imparerebbe a volare se solo lei gli chiedesse la luna. Per essere il suo uomo, fino alla fine dei tempi. Un po’ cliché ma pur sempre romantico, no?

Ecco, The romantic è un album decisamente romantico, ma che esplora in maniera originale uno stile e delle immagini ormai passate. Lo si capisce chiaramente alla nona canzone dell’album, che purtroppo è anche l’ultima: sembra provenire da una playlist anni ‘70 messa in sottofondo per creare un po’ d’atmosfera, mentre con una tenerezza trionfale Bruno canta (a una ragazza qualsiasi?) che l’amerà per sempre.

Attenzione però: le armonie delle canzoni sono creative e raffinate, gli arrangiamenti dei fiati colpiscono dove devono colpire e più che mai splende la voce di Bruno Mars; ben valorizzata, capace di ogni cosa e roca al punto giusto. Possiamo solo immaginare la grande cura e meticolosità con le canzoni sono state limate. Qual è il problema allora?

Ciò che fa male è che nonostante la loro qualità, molte delle canzoni restino un po’ anonime. Perfino la prima canzone del quarto e così atteso album, è ben scritta ma è leggermente e dolcemente scontata. Dalla seconda canzone invece l’atmosfera inizia a farsi più funky, calda, vintage: è quel sound ricercato che ricalca esattamente il solco – sonico – dei Silk Sonic, il precedente e irresistibile duo formato da Mars e Anderson Paak, anche se purtroppo senza l’umorismo sfacciato di quest’ultimo, che amava dire cose come  “baby se hai fame ho i filetti nel frigo”. Sferzano fini violini romantici, scottano fiati bollenti e vengono sculacciate congas calienti; il sudore si mescola al profumo intridendo giacche di velluto.

Il vintage in cui si muove il songwriter è sfiziosamente moderno, proprio come i vestiti designati da lui stesso con lo pseudonimo di Ricky Regal e che sono esattamente l’immagine del suo sound. È un vintage che però, per la mancanza di canzoni memorabili (ad eccezione di I just might e forse Nothing left), per via degli elementi ritmici e sonori anni ’70 e per le immagini riscaldate al microonde dei testi – bussare alla porta invano, piangere sotto la pioggia, scalare le montagne – si ferma un po’ ai suoi soliti cliché.  Ed qui che sta la delusione di quest’album. Paradossalmente, proprio la complessità che rende l’album apprezzabile, è il motivo per cui le canzoni non penetrano nel nostro cervello come ci saremmo aspettavamo. E proprio come nel precedente lavoro An Evening with Silk Sonic, le diverse sezioni armoniche molto ardite non sempre fanno fluire le canzoni in maniera scorrevole.

Bisogna però riconoscere a Bruno Mars di aver fatto qualcosa di nuovo e di diverso, almeno da sé stesso. Non ci sono hit che provano debolmente a esserlo e che invece non ce la fanno, segno di grande stile. Adesso l’artista ha fatto sua anche la musica latina, di cui ormai questo sarà definitivamente l’anno grazie anche a Bad Bunny.

Forse la parte più difficile per noi ascoltatori è modificare le aspettative, smettere di chiedersi: ma quando viene il ritornello? Dove sono le hit che si inculcano nel nostro cervello per non abbandonarlo mai più? E perché non sento una sfrenata voglia di ballare o di cantare queste canzoni, tra l’altro inaccessibili per i comuni mortali?

Vista le stratosferiche capacità di scrittura di Bruno Mars, ci viene da pensare se realizzare canzoni non per forza accattivanti sia una scelta o alle volte accada semplicemente perché le hit non riescano. O forse se le sono già intascate Rosè e Lady Gaga. Perchè alla fine dell’ascolto il nostro cuore batte, ma batte a quello di un amore un po’ annoiato; o forse, è solo quello di un secondo o terzo, grandissimo amore di Bruno Mars.

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