
Il Teatro Regio, di solito, ci impone il suo rito: il brusio che si spegne, il velluto rosso, la perfezione dell’arte che va in scena. Ma alle tre del pomeriggio di un sabato di fine febbraio, il tempio parmigiano respirava diversamente. Dalla platea durante le prove aperte a poche ore dall’inaugurazione di Parma Danza 2026, il palcoscenico non era un’illusione magica, ma un “cantiere”. Confinati nelle ultime sette file, il confine invisibile che separa i curiosi dal “regno” intoccabile di tecnici e coreografi, abbiamo visto l’impalcatura della perfezione.
Niente seta o velluto. Una cinquantina di giovanissimi ballerini de Les Ballets de Monte-Carlo hanno affrontato in tuta e scaldamuscoli il rito più antico della danza: la lezione alla sbarra. Tra stretching, indicazioni in inglese e francese e le note nude di un pianoforte dal vivo, l’atmosfera era distesa ma carica di quell’energia calcolata e sudata che precede i grandi debutti.
La tragedia vista da Frate Lorenzo
A guidarci nella transizione tra il sudore della sala prove e lo spettacolo della sera è stato l’appuntamento pomeridiano intitolato La danza dietro le quinte, curato da Valentina Bonelli. In questa preziosa occasione, Alessandra Tognoloni, danzatrice italiana della compagnia, ha svelato la vera lente d’ingrandimento di questo Roméo et Juliette, ideato dal coreografo Jean-Christophe Maillot nel 1996: «La figura di Frate Lorenzo rappresenta il fulcro emotivo dell’opera: un ensemble dall’imprinting classico, ma proiettato verso un’ evoluzione contemporanea della performance»
L’intera opera perde i cliché per trasformarsi nel racconto tormentato dell’uomo che, con le sue buone intenzioni, ha innescato la tragedia. Un balletto fortemente contemporaneo che indaga temi attualissimi: l’adolescenza, l’esperienza di un rapporto estremamente intenso e un senso di profondo isolamento. Un ritorno attesissimo, quello della prestigiosa compagnia monegasca che calca nuovamente il palco del Regio a vent’anni esatti dalla loro ultima apparizione parmigiana nel 2006, quando portarono in scena La Belle.
Il buio in sala: la forza di Prokof’ev tra fisicità e metafisica
La sera del debutto a sipario aperto, il Regio era gremito, scaldato da una bellissima presenza di bambini in platea. Anche senza l’orchestra dal vivo, quasi una tradizione per i balletti al Regio, la fantastica e tagliente partitura registrata di Sergej Prokof’ev ha dettato un ritmo viscerale fin dai primissimi istanti. Prokof’ev costruisce un’architettura sonora fatta di contrasti estremi, che si sposa alla perfezione con la spigolosità e la fisicità volute da Maillot. Da un lato ci sono le dissonanze brutali e gli ottoni pesanti che accompagnano l’odio tra le famiglie; dall’altro, i temi lirici e rarefatti degli archi, che assecondano l’intima alchimia dei due amanti. La musica si fa carne e sangue, diventando il vero motore della narrazione.
Lo stacco con la classicità shakespeariana è stato totale, a partire dall’apertura come fosse uno schermo cinematografico, con i nomi dei protagonisti proiettati. Divisa in due atti, l’opera ha svelato un’estetica neoclassica e metafisica (chiaro il richiamo a De Chirico), costruita su pannelli mobili, scene di Ernest Pignon-Ernest e un netto contrasto visivo tra i Capuleti (in mise scura) e i Montecchi (in bianco).
La cifra stilistica di Maillot è chiara: usa un vocabolario classico ma con una sintassi contemporanea. La narrazione procede con un montaggio quasi filmico, fatto di flashback, rallentamenti e fermi immagine, in cui i danzatori si muovono spesso in diagonale, evitando la frontalità. Una scelta che obbliga lo spettatore a seguire l’azione come dentro un flusso narrativo continuo, più cinematografico che teatrale. Più che sulle punte (ridotte al minimo), la coreografia si è fondata su una gestualità fisica, teatrale e a tratti brutale. Niente fioretti o duelli romantici: i giovani delle due famiglie appaiono inizialmente come adolescenti spavaldi, le cui risse sembrano solo schermaglie e buffetti tra bande rivali. Ma basta un attimo perché il gioco sfugga loro di mano: la scena della lotta si trasforma in un’esplosione di intensità cruda, risolta tra strangolamenti e colpi fatali alla testa. Un realismo che non fa sconti.
Il finale ribaltato
A sorreggere l’impalcatura emotiva dell’opera è stata soprattutto la straordinaria intesa corale, in quello che lo stesso Maillot ha definito “un balletto di donne”. Attorno al Romeo disorientato di Francesco Resch e alla forza totalizzante della Juliette di Juliette Klein, ruota infatti un universo femminile di grande spessore, dalla tenace Madonna Capuleti (Mimoza Koike) alla delicata Rosalina (Candela Lasanta), fino alla nutrice (Lydia Wellington). Maschile, invece, l’irruenza adolescenziale portata in scena dal dinamico Mercuzio di Daniele Delvecchio, dal Benvolio di Lukas Simonetto e dall’imponente Tebaldo di Jaeyong An.
L’eccellenza e l’alchimia degli interpreti hanno brillato fino al discusso e radicale cambio di finale. Maillot stravolge l’epilogo a cui siamo abituati: Juliette finge la morte e Romeo, disperato, si uccide. Al suo risveglio, “aiutata” da un sempre più onnipresente Frate Lorenzo (interpretato da Jaat Benoot), la ragazza si accorge del corpo senza vita dell’amato e decide di farla finita. Ma non lo fa avvelenandosi con la tradizionale cicuta, bensì strangolandosi con le sue stesse mani. Una scelta registica audace, ma fin troppo caricata: l’enfasi estrema, questo finale completamente rovesciato e il ruolo eccessivamente centrale dato al frate hanno in parte – anche se non del tutto – rovinato l’impatto della tragedia, appesantendo un epilogo che perde parte della sua spontaneità.
Tuttavia, queste sbavature narrative passano in secondo piano di fronte alla maestria generale degli interpreti. Quella de Les Ballets de Monte-Carlo è una realtà che viaggia moltissimo e la data di Parma ha rappresentato proprio l’ultima tappa italiana del loro tour, dopo i successi di Cremona e Udine. Dalla prossima settimana, la compagnia ripartirà per la Lettonia, per poi proseguire verso Corea del Sud, Polonia, Germania e Madrid. Hanno portato al Regio una danza che scuote, che non cerca il facile applauso romantico, ma che colpisce dritta allo stomaco, come un salto provato mille volte alla sbarra che, la sera, trova finalmente la sua forma definitiva.
foto di Roberto Ricci










