Ditonellapiaga e TonyPitony, i vincitori della serata cover

  • Fotogramma dalla diretta Rai, 28 febbraio 2026

E adesso come lo spieghiamo ai nostri nonni TonyPitony che con Ditonellapiaga ha vinto il premio della serata cover di Sanremo 2026 con una versione di The Lady is a Tramp?

Noi nemmeno ci proviamo: siamo sfiniti, provati dall’ennesimo, soporifero tour de force targato Carlo Conti. Ne abbiamo viste di cotte e di crude: baci epurati, Belén che ballava, brani che hanno fatto la storia della musica italiana cannibalizzati. Il direttore artistico e Laura Pausini, prima o poi, arriveranno a prendersi a cazzotti. È stato concesso più spazio al monologo del prof Schettini che alla consegna del riconoscimento alla carriera alla povera Caterina Caselli.

Ma anche questo episodio è giunto al termine, e allora ecco la nostra personalissima top ten delle performance che, quanto meno, ci hanno dato una boccata d’ossigeno.

  1. Nayt con Joan Thiele, La canzone dell’amore perduto (Fabrizio De André)

De André non si tocca, e su questo siamo d’accordo. Ma se proprio va toccato, conviene farlo piano, come hanno scelto Nayt e Joan Thiele. Nella consapevolezza di non poter ricreare l’avvolgente amarezza a cui solo il timbro di Faber può dar vita, quel «non ci lasceremo mai» che il cantautore genovese pronuncia con strascicata malinconia qui perde pesantezza e si carica di giovane ingenuità. E forse, riconoscersi così piccoli era l’unico modo per non doversi confrontare con l’immensità di un nome così grande. Unica pecca: se si sceglie una penna di tale spessore, il minimo che si possa fare è scandire le parole quel tanto che basta per renderle comprensibili, ma pare che sia una moda di cui, purtroppo, non ci libereremo a breve.

  1. LDA & AKA 7EVEN con Tullio De Piscopo, Andamento lento

C’è chi ha cercato di far piangere, chi di far ridere, chi di fare critica sociale. E poi c’è chi si è divertito e basta. Ritmiche travolgenti a suon di jazz hanno dato una scossa a una serata cover partita più sottotono che mai. Arrivarci a ottant’anni come De Piscopo. Alelai, alelai, vien’ appriess a me.

  1. Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso, Su di noi

Nel festival della prevedibilità e dei cliché, diviene scontato anche l’impegno politico, persino da chi, come Dargen D’Amico, ne fa un punto di forza ogni anno. È dunque necessario trovare punti di appoggio nuovi per lanciare un messaggio, senza cadere nella retorica. In questo caso, Dargen ci riesce alla perfezione: in pieno contrasto con la hit sanremese di Pupo, il testo de Il disertore dell’autore francese Boris Vian è una scelta azzeccata, che fa rumore senza essere stucchevole.

  1. Francesco Renga con Giusy Ferreri, Ragazzo solo, ragazza sola (David Bowie)

Per tutta l’esibizione di Renga e Ferreri è mancata qualcosa: la personalità; che è normale sia carente quando si cerca il confronto con chi ne aveva così tanta da convincere il mondo di essere un alieno. Anche solo per l’azzardo, dunque, il cantante merita una menzione. Come per Nayt, ad aver salvato la performance è stata una scelta consapevole, che ha saputo dirottare volutamente il brano verso un mondo lontano da quello di Bowie, che contrappone la potenza vocale alla sua stravaganza unica. Da “ultraterreno”, il brano è stato “sanremizzato”, scaricato della sua eccezionalità, tanto da essere diventato solo “una bella canzone”, non un capolavoro assoluto di Bowie. Paradossalmente, forse, è stato proprio questo allontanamento dall’originale ad aver salvato Renga dal disastro.

  1. Enrico Nigiotti con Alfa, En e Xanax (Samuele Bersani)

Sarà lo sguardo sincero di Nigiotti, o il fatto che ancora non abbiamo superato l’emozione che ci hanno regalato Alfa e Vecchioni nella stessa serata di due anni fa, ma oggi En e Xanax è riuscita a commuovere l’Ariston. In un programma incapace di parlare di salute mentale, in cui un brano che prende il titolo da due ansiolitici viene presentato come l’ennesima canzone d’amore, a più di dieci anni dalla sua pubblicazione quello di En e Xanax rimane un testo importante, arricchito dalle barre di Alfa, che dipingono un “distacco dal presente” reale, conosciuto e quanto mai lontano dal buonismo sanremese.

  1. Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas, Il mondo (Jimmy Fontana)

C’è un che di ipnotico nella voce di Maria Antonietta, che ricorda Fiona Apple nella sua interpretazione di Across the Universe. Che si parli di un mondo o di un universo, l’atmosfera è simile, in un brano appoggiato che, fra armonizzazioni e chitarre acustiche, nella sua semplicità ci mette davanti all’immensità.

  1. Tommaso Paradiso con gli Stadio, L’ultima luna (Lucio Dalla)

Come per altri protagonisti della nostra classifica, Tommaso Paradiso ha rischiato di fare il passo più lungo della gamba. Portare un pezzone come L’ultima luna di Dalla può essere, infatti, un’arma a doppio taglio, da cui trarre vantaggio – perché già bello di suo – o dentro cui annegare.

Ciò che lo ha contraddistinto sono una inaspettata maturità artistica e una disinvoltura sul palco, che hanno dimostrato come si possa ancora distinguere un artista davvero big da chi si trova là per…beh, per altri motivi. E, lo ripetiamo, la cosa ci ha sorpresi. Una consapevolezza artistica a cui hanno sicuramente contribuito gli Stadio, che, dopo la perdita del batterista Giovanni Pezzoli, con anni di collaborazione con il cantautore bolognese alle spalle, non avrebbero potuto omaggiare meglio il compagno.

  1. Serena Brancale con Gregory Porter e Delia, Besame mucho (Consuelo Velázquez)

È con Serena Brancale che entriamo nella top three, utilizzando una parola d’ordine quanto mai presente nella sua performance: eleganza. Un pianoforte a coda, un abito di velluto rosso e uno storico volto del blues americano hanno compensato la scarsità di spessore musicale che domina questa edizione. Delia, nuova promessa del cantautorato italiano, con atteggiamento molto più big di molti altri cantanti in gara, si è dimostrata più versatile del previsto, lasciando il “contenitore siciliano” in cui si era autoconfinata durante la sua partecipazione a X-Factor. Al contrario, questa esibizione è andata oltre qualunque tipo di barriera: linguistica, musicale, sanremese. Al di là dell’Ariston, rimarrà un’ottima interpretazione di artisti ancora consapevoli che la voce è uno strumento da saper usare.

  1. Arisa con il Coro del Teatro Regio di Parma, Quello che le donne non dicono (Fiorella Mannoia)

Saremo sinceri, mettere Arisa in seconda posizione tradisce ogni nostro principio anti-sanremese. Quella religione che abbiamo abbracciato molti anni fa, che ci impedisce di apprezzare le scelte scontate, i testi retorici, i grandi arrangiamenti corali e le tipiche sviolinate da Ariston. Ma quando una cosa è fatta bene, è fatta bene.

Parlando di chi la voce la sa usare, Arisa è praticamente intoccabile, e in questo festival sta facendo di tutto per farci vedere che ne è consapevole. In una puntata lunga, estenuante, in cui tutto ciò che abbiamo aspettato era una canzone che ci facesse provare qualunque emozione al di là della noia, Arisa è l’unica che ha saputo smuovere qualcosa. E per chi è tendenzialmente immune alla lacrimuccia da canzone strappalacrime, rimangono comunque un’innegabile capacità tecnica e un solenne riadattamento corale.

  1. Ditonellapiaga con TonyPitony, The Lady is a Tramp (Frank Sinatra)

Sapevamo che questo momento sarebbe arrivato, ed è andato esattamente come doveva andare. TonyPitony, che più di chiunque altro si allontana dal buonismo sanremese, non solo è salito sul palco, ma l’ha anche conquistato. Il cantante siciliano che ha riempito i palazzetti negli ultimi mesi, tra le altre cose con la sua nota cover di My Way, è tornato a interpretare Sinatra in una versione di The Lady is a Tramp fatta di perfezione tecnica e ricchezza interpretativa, trasformando l’Ariston in un teatro di Broadway. Ditonellapiaga si ispira evidentemente a Lady Gaga nel look – che già aveva interpretato lo stesso brano con Tony Bennett – senza cadere nel ridicolo (per quanto sia possibile con accanto uno con la maschera da Elvis). Anzi, nella sua assurdità, è tutto perfettamente coerente e giusto, e grazie alla sua impeccabilità musicale diviene uno dei momenti più alti di questa edizione. Ad arricchire la performance è stato l’ampio spazio lasciato all’orchestra, che ha potuto finalmente divertirsi in un fine arrangiamento swing. TonyPitony e Ditonellapiaga sono la dimostrazione che chi sa davvero fare musica non ha bisogno di prendersi troppo sul serio, per farsi prendere sul serio.

Il caravanserraglio sanremese sta quasi per chiudere le sue porte ma, come spesso accade, c’è del marcio in Danimarca. Nella pudibonda regia della RAI, debbono muovere le macchine da presa dei novelli Girolamo Savonarola, che hanno creduto saggio allargare l’inquadratura per evitare agli occhi innocenti degli spettatori l’“oscenità” di un bacio tra Levante e Gaia, al termine della loro esibizione. Non sia mai che il servizio pubblico si faccia promotore di teorie gender. Meglio soffermarsi sulla tranquillizzante immagine di Sayf, che ha portato sul palco la mamma. Si sa, i figli so’ pezzi ‘e core.

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