Carlo Conti presenta la 76esima edizione del Festival della canzone italiana

  • Fotogramma dalla diretta Rai, 24 febbraio 2026

La 76ª edizione del Festival di Sanremo ha finalmente preso il via, già preceduta dai primi accenni di polemiche fuori palco.

Si parte con Carlo Conti, affiancato da una Laura Pausini entusiasta ma composta, mentre il co-conduttore della serata è Can Yaman. L’apertura è un omaggio a Pippo Baudo, ma nel corso della serata non mancano altri richiami: dalla signora 105enne che votò il 2 giugno 1946 per la Repubblica a Tiziano Ferro, passando per il ricordo di Sandokan.

Bando alle ciance, però: urge fare in fretta — come Conti insegna — perché “s’è fatta una certa”. Ecco allora un parere a caldo sulle 30 canzoni in gara.

Che fastidio! — 8

Ditonellapiaga

Ditonellapiaga non le manda a dire! Sguardo fermo, tono patinato: ne elenca una dopo l’altra e non sarà il solito sorriso, questa volta, a fermarla. Il corpo di  ballo, la gonna a palloncino e quel solito rossetto rosso la consacrano come icona. Sicuramente un motivo che non fatica a entrare nelle orecchie.

Prima o poi — 7.5 

Michele Bravi

Voce intensa, portamento quasi teatrale, ricorda vagamente l’ombra degli Incoscienti giovani dell’anno scorso. Il brano non spicca particolarmente per il testo, Michele però porta sempre della poesia con sé: l’interpretazione gli ridà giustizia, l’arrangiamento restituisce potenza alla canzone (che ha tutta l’aria di crescere nel tempo).

Tu mi piaci tanto — 6.5

Sayf

Sayf ci prova. Qualcosa però sembra scivolare: le strofe sperimentano ma il ritornello non rende loro giustizia. Non mancano le buone intenzioni, ma resta la sensazione di un equilibrio instabile. Forse crescerà. Per ora, resta in bilico.

Le cose che non sai di me — 6

Mara Sattei

Una splendida voce, ma forse questa volta non basta: Mara Sattei rimane nella comfort zone di un brano sanremese, ma non spicca mai davvero il volo. Godibile si, ma prossima all’oblio.

AI AI — 7

Dargen D’Amico

Non tra i suoi colpi migliori, ma perfettamente dentro il suo mondo. “Caciarone”, direbbe qualcuno. Eppure continua a funzionare: non mancano suggestioni interessanti tra i versi. La melodia resta in testa — e a fine festival ce la ritroveremo addosso senza accorgercene.

Magica favola — 8-

Arisa

Arisa non interpreta: incanta. Voce piena, sguardo sospeso, quell’aria fiabesca che parla di dolore senza perdere dolcezza. Una ballad indubbiamente piacevole, sì, ma resta un filo di nostalgia per gli anni in cui portò brani più forti… e non vinse.

Labirinto — 7

Luché

Lo dice lui per primo: “non ho voce”. E infatti non è lì che punta. Compatto e coerente, Luchè lavora di parole: è il testo a reggere, e non è poco.

I romantici — 6.5

Tommaso Paradiso

Il romanticismo c’è, l’indie pure. Ma la scintilla è più timida del previsto. Tommaso Paradiso ha fatto di meglio, e si sente: l’esibizione è un po’ sotto tono. Le strofe non convincono del tutto, il ritornello invece ha margine per crescere.

Voilà — 6+

Elettra Lamborghini

Perfino la principessa dei tormentoni questa volta non fa ballare come ci aspetteremmo. La simpatia non manca, e a tratti emerge anche una certa dolcezza, ma il risultato resta tiepido. La canteremo e balleremo lo stesso? Molto molto probabile.

Opera — 6 

Patty Pravo

Patty Pravo o ti piace oppure no, ma lei di certo non è una di quelle che chiede approvazione. Questo brano rappresenta la solennità e l’eleganza di sempre. E in fondo, cosa sarebbe Sanremo senza la sua quota senior?

Ossessione — 7

Samuray Jay

Samurai Jay porta un bop che svolta la serata: suona bene, ha ritmo e una melodia che funziona. Dal testo non pretendiamo molto, ma l’energia c’è, e basta a farlo girare.

Ora e per sempre — 7-

Raf

A volte del futuro non sembra che rimanere il passato. Raf lo sa e lo stringe forte a sé, come fosse uno scudo in mezzo all’incertezza del tempo o l’unico canale per sfuggire alle grida disperate del mondo. La sua rinnovata lettera d’amore propone uno stile sanremese per molti un superato, ma lui ci crede ancora e la sua coerenza non delude il pubblico più tradizionalista.

Italia Starter Pack — 9

J-Ax

Con l’espressione “Starter pack” il rischio ‘effetto boomer’ era dietro l’angolo. E invece no. Il country accoglie, l’ironia taglia, il palco regge. Non una finta provocazione per sembrare impegnato, ma la critica lucida di chi osserva il Paese con disincanto e ha ancora qualcosa da dire.

Stupida sfortuna — 9

Fulminacci

Atmosfere anni ’80 ben calibrate, ritornello che si infila in testa e un sound che gira alla grande. La top 5 lo intercetta senza fatica. Musicalmente solido: Fulminacci si conferma la quota indie che mantiene le promesse.

Sei tu — 6.5

Levante

La sua cifra stilistica non è mai stata da pubblico generalista, e nemmeno questa volta fa eccezione. Più romantica del previsto, intima ma a tratti anche teatrale nella sua verità. L’intensità non manca e l’arrangiamento la valorizza, ma l’insieme resta misurato.

Male necessario — 8.5

Fedez e Masini

Il brano arriva, convince e rimane in testa. I due non si amalgamano mai del tutto: più che fondersi, si alternano. Qualche incertezza vocale, ma la canzone ha una sua credibilità e una coerenza interna che la rende efficace. E questo ha buone probabilità di essere premiato.

Stella stellina — 8-

Ermal Meta

Le influenze balcaniche trasformano completamente l’atmosfera del pezzo, conferendogli un’aria originale. Il testo, secondo il solito modus operandi del cantante, oscilla tra una verità collettiva e il rischio di una performatività sospetta, che poggia i piedi sui temi sociali del momento. Non si può però non premiare la scrittura, l’intenzione e l’esibizione vocale sublime.

Qui con me — 8.5

Serena Brancale

Serena Brancale arriva e non lascia spazio a mezze misure: è intensa, potente, capace di far vibrare ogni nota. La voce passa dal corpo, la commozione è nell’aria. Il pubblico è dalla sua parte.

Prima che — 8

Nayt

La penna di Nayt non si snatura per Sanremo: il brano apre uno spazio intimo dove il pubblico può immedesimarsi. Sincero e autentico, conquisterà chi lo ascolta con attenzione.

Animali notturni — 7-

Malika Ayane

Malika porta il funk, sicura e raggiante sul palco dell’Ariston. Un po’ di respiro tra una ballad e l’altra ma ormai è tardi, il sonno è dietro l’angolo. Potremmo definirla musica launge? Magari crescerà nelle prossime sere.

Avvoltoi — 6.5

Eddie Brock

Le aspettative erano alte, ma purtroppo l’esibizione non le ha rispettate. Il brano, nella versione studio forse avrebbe qualche chance in più, ma dal vivo non rende. Eddie sembra aver perso il guizzo che aveva reso memorabili i suoi ultimi successi. Speriamo che alla prossima occasione riesca a farlo emergere di nuovo.

Per sempre si — 8+

Sal Da Vinci

Potremo provare a mentire agli altri, ma non potremo fare lo stesso con noi stessi: quando sentiremo, anche solo in lontananza, l’eco di questa canzone, potremo dire di odiarla. Ma presto batteremo i piedi, poi le mani, e poi ci ritroveremo inspiegabilmente come invitati ubriachi marci a un matrimonio partenopeo. Il pubblico balla già dal primo ascolto.

Ogni volta che non so volare — 8

Enrico Nigiotti

Da quando Nigiotti ha compreso la sua arma migliore, ovvero la propria verità, non ha nulla da temere. Il suo è un modo di cantare che ti guarda dritto in faccia e non ti lascia replicare. Nato per fare l’interprete, forse ha sfornato pezzi migliori, ma non rischia mai di perdere di credibilità.

Uomo che cade — 7.5

Tredici Pietro

Cos’è un uomo che cade se non un uomo che si ricorda di esser stato piccolo? In una cultura che prova pian piano a smitizzare la fragilità maschile come miraggio, Tredici Pietro si mostra vulnerabile alla vergogna dei ‘fallimenti’. Il rischio è l’unica via per provare a vincere, ma il suo prezzo è molto alto. Sotto lo sguardo di chi vorrebbe che restasse, il giovane rapper ritrova la sua voce in un arrangiamento un po’ old style.

Resta con me— 9 

Bambole di Pezza

La hit che non ci aspettavamo. Le Bambole di Pezza hanno grinta da vendere e la ballad rock ingrana senza sbavature. Ricordano vagamente le Winx (forse colpevole anche l’ora) — e sì, è un complimento. Dal testo all’arrangiamento, tutto fa presagire successo.

Ti penso sempre— 7.5

Chiello

Un brano che parla sottovoce, forse a chi ha voglia di andare oltre il primo ascolto. Non esplode subito, ma si lascia scoprire piano. Resta nella media, però potrebbe crescere con il tempo.

La felicità e basta— 8.5

Maria Antonietta e Colombre

Una boccata d’aria fresca prima che la serata ci lasci senza fiato. La complicità torna a farsi spazio sul palco dell’Ariston, un po’ orfano dei Coma_Cose. Con loro ritroviamo leggerezza, e ci piace.

Naturale— 7-

Leo Gassman

La bella voce del giovane Gassman c’è, ma questa volta non persuade, complice forse l’emozione. La ballad potrebbe crescere nelle prossime serate, ma per ora resta nella media. Nessun guizzo tra i versi: varrà la pena di un bis?

Il meglio di me— 6

Francesco Renga

Come direbbe qualcuno: “ha fatto la cover di una sua canzone?”. Renga resta fedele alla sua discografia, accontentando la fanbase più affezionata. L’esibizione vocale convince, ma il brano non sembra destinato a lasciare il segno.

Poesie clandestine— 7.5

Lda e Aka7even

LDA e Aka7even sono la nostra “cura alla malinconia”. I due amici funzionano, l’alchimia è evidente e il palco li regge bene, prima di andare a dormire una volta per tutte. Se non sarà la classifica a premiare il brano, ci penserà l’estate.

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