in foto: Hisam allawi

«i bambini del nostro villaggio
a cui hanno strappato le unghie
per averli sentiti bestemmiare in curdo»

– Matria, Hisam Allawi

Anche la lingua è strumento di oppressione. Impedire a una comunità di parlare il proprio idioma sottende un progetto ben preciso: annullarla, fare come se non esistesse, cancellarne la storia.
«I curdi hanno una lingua, così come vari dialetti in base alla zona dove vivono: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Ma siamo costretti a tenerla celata. I bambini la apprendono solo dai propri genitori. Nascondiamo i nostri libri come fossero droga».
Hisam Allawi, poeta curdo-siriano da anni residente a Parma, dove si occupa di mediazione culturale, testimonia la storia di un popolo senza terra, costretto a insediarsi ai margini, alle periferie, sistematicamente oppresso, vessato. La sua ultima raccolta di silloge, Matria, si rende veicolo di una pluralità di sentimenti: malinconia, mestizia, rabbia. È un appello a non voltarsi dall’altra parte, ad approfondire la storia di una collettività che il sistema mediatico e il flusso costante di notizie tende a relegare in secondo piano. È la cronaca di una promessa che una madre strappa a un figlio: di essere sepolta «con la bandiera del Kurdistan».
Incontro Hisam dopo la presentazione del suo libro, in Biblioteca Civica. È emozionato, sorride: sa di aver reso giustizia alla sua comunità, di aver puntato i riflettori su una persecuzione silenziosa, infida. Stringe mani, scrive dediche, riceve pacche sulla schiena. «Parma è diventata la mia casa».

Perché la scelta di questo titolo, Matria?

Ero indeciso: la madre è patria o la patria è madre? Il mio amore va a entrambe, il mio cuore è diviso tra questi due poli.

Nel dicembre del 2024 il regime di Bashar al-Assad è crollato; ora la Siria è controllata da un governo di transizione. Quali sono le prospettive per il tuo popolo?

È ancora un punto di domanda. Il popolo curdo, come tutto il popolo siriano, chiede libertà, democrazia, uguaglianza e fratellanza tra le comunità che vivono in quel territorio. In Siria risiedono arabi, curdi, assiri, insieme a drusi, alawiti, musulmani, e anche cristiani. Lo scopo della nostra lotta non era cambiare un governo e istituirne un altro che assomigliasse a quello contro cui per quindici anni ci siamo battuti. Quello odierno è un sistema jihadista e integralista. C’è molta paura, è tutto vago. Si cerca, come hanno fatto Assad e suo padre per quarant’anni, di negare le altre identità presenti sul suolo siriano; si batte la stessa strada: dare legittimità, in Siria, ai soli arabi sunniti.

Hai trascorso gli anni della formazione universitaria ad Aleppo: com’era la città, che ricordi ne hai?

Era bellissima: all’epoca era molto bello vivere ad Aleppo, sia in città che all’interno dell’università. Posso considerarlo uno dei migliori periodi che ho vissuto. Noi giovani trovavamo nelle aule universitarie ciò che lo Stato non ci offriva: la convivenza, l’amicizia, l’uguaglianza. L’arabo era amico del curdo, il curdo del siriano, il cristiano del musulmano.

Hai tradotto in arabo Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani: che esperienza è stata?

Il libro di don Milani è stato tradotto, se non sbaglio, in ventotto lingue: mancava l’arabo. Quando l’Università di Parma mi ha affidato questo incarico, è stato quasi un sogno. Erano anni che volevo tradurre un testo dall’italiano all’arabo: nonostante legga veramente tanto, non avevo ancora trovato un libro con un significato forte. In Lettera a una professoressa, scritto da ragazzini di Barbiana, toscani, che raccontano la vita dei poveri, di come la scuola fosse un diritto per i soli ricchi, mentre agli indigenti toccava lavorare, ritrovavo le stesse situazioni vissute da un curdo siriano. Nelle nostre zone, finora, il governo è stato assente: la luce, una cosa semplice, è arrivata solo trent’anni fa. Quando ho letto della storia della comunità di don Milani, nelle parole dei ragazzini, io ci vedevo quelle dei curdi. Era come uno specchio di quello che succede oggi da noi. Il libro parla della vita dei poveri di ottant’anni fa, ma è ciò che si verifica oggi in Siria. È stato un orgoglio, e nonostante la distanza tra la Siria e l’Italia, ho capito che l’umanità non ha confini.

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