
Se avete mai sentito parlare del “buon colonialismo portoghese”, in particolare riguardo le loro colonie africane, di “buono” in realtà c’era ben poco. Si tratta infatti di un mitp formatosi nel corso degli anni, secondo il quale l’espansione portoghese in altri continenti sarebbe stata più tollerante e umana rispetto alle altre nazioni europee. Per sfatare questo falso storico, dal 10 febbraio al 10 marzo è possibile visitare qui all’Università, nel Chiostro dei Paolotti (via d’Azeglio 85/a), l’esposizione ‘Decostruire il Colonialismo/Decolonizzare l’immaginario – Il colonialismo portoghese in Africa: miti e realtà’. Si tratta di una mostra ideata e realizzata da un gruppo di ricercatrici e di ricercatori dell’Università di Lisbona, esposta inizialmente al Museu Nacional de Etnologia (Lisbona) e poi trasferita su 30 pannelli, creandone una versione itinerante: ha già potuto viaggiare a Napoli, Pisa e Genova.
Oggi alle 15.30 nel Plesso d’Azeglio dell’Ateneo all’Aula B, si terrà l’incontro ‘Breve storia del colonialismo portoghese in Africa’, a cui parteciperanno Luca Fazzini (Universidade de Lisboa), Martina Giuffrè e Andrea Ragusa, entrambi dell’Università di Parma. Il 2 marzo alle 16.30 ci sarà invece una visita guidata della mostra con Eugenio Lucotti, dell’Università di Venezia.
Per questi due appuntamenti, abbiamo intervistato Andrea Ragusa, ricercatore a tempo determinato presso l’Università di Parma, dove insegna Lingua e Traduzione portoghese, e Martina Giuffrè, professoressa associata di Antropologia Culturale all’Università di Parma.
Come si è riuscito a smontare il mito del “buon colonialismo portoghese” in Africa?
A: L’origine di questa mitologia inizia sotto la dittatura in di António de Oliveira Salazar, al potere dal 1933 al 1974. In quegli anni Salazar fa trofeo dei territori africani fino a voler reprimere le popolazioni: avevano iniziato a sviluppare una forte identità propria, una minaccia per i conquistatori portoghesi. Ci troviamo in quegli stessi anni in coincidenza col fascismo italiano: entrambi i regimi dittatoriali si basano su una struttura corporativa, sulla mitizzazione della romanità e sul principio razziale. Si tratta di criteri incomprensibili per noi al giorno d’oggi ma caratterizzanti nel colonialismo portoghese, regime durato più a lungo del nostro fascista. Nella mostra i curatori hanno esposto documenti che in realtà appartengono a un periodo storico africano relativamente più recente: il colonialismo portoghese si è protratto per alcuni secoli ed è finito solo tra il 1974 e il 1975, con la rivendicazione d’indipendenza dei popoli sottomessi. Grazie ad un catalogo enorme di documenti (libri, foto, cimeli e quadri) c’è l’intento di ricostruire la loro presenza in Africa, la nascita dei falsi storici e la loro autodistruzione. Lo scopo è illustrare quali siano le teorie e le filosofie che si trovano alla base di questi miti, miccia delle guerre coloniali avvenute negli anni ‘60.
M: Il colonialismo portoghese ha spinto molto sulle concezioni di genere, razza e ruolo sociale: a Capo Verde, contesto di cui mi occupo in particolare, le donne erano tenute in forma di servitù domestica, mentre gli uomini non battezzati erano venduti come schiavi sul mercato brasiliano. I rapporti tra uomini portoghesi e donne nere sono nati come relazioni fortemente asimmetriche: i coloni avevano con quest’ultime rapporti sessuali, ma non le sposavano. Gli eventuali figli nati da questo rapporto erano destinati a diventare anche loro schiavi come le loro madri, lavorando nelle case dei coloni. Si era venuta a creare la distinzione tra la donna bianca portoghese da sposare e le donne nere, di solito numerose, con cui si facevano figli e le cui relazioni non venivano riconosciute.
Quali sono stati i mezzi adottati dalle popolazioni africane per mantenere la propria identità culturale?
A: Per metterli in evidenza il più possibile, nella mostra vengono valorizzate opere autentiche realizzate dai nativi. Ci sono anche alcune foto di libri da loro stessi confezionati. Forse l’unica cosa non autentica è la lingua utilizzata per scrivere: il portoghese. Era di uso comune e comunque risultò un grosso vantaggio per la circolazione di nuove idee, in quanto è sicuramente una lingua più conosciuta rispetto al Bantu o al Creolo. In fondo la rivoluzione portoghese contro il regime di Salazar nasce in Africa: da qui provengono Otelo Saraiva de Carvalho, Francisco da Costa Gomes e tutti i grandi generali della rivoluzione. Questi furono i primi a tentare l’emancipazione politica, sociale e culturale dei popoli da loro precedentemente. Uno dei primi punti su cui hanno lavorato è stata la valorizzazione del loro aspetto fisico, perché è chiaro che se l’elemento principale di bellezza è il bianco nordico europeo, tutti gli altri hanno dei difetti.
Perché consigliereste alle persone a partecipare ai vostri incontri?
M: Il primo fa anche parte del mio corso di giornalismo: affronta l’antropologia della contemporaneità e indaga a fondo sulla costruzione e decostruzione degli stereotipi. È un corso in cui il tema cade a pennello, e abbiamo voluto aprirlo anche ad altre persone, ci sembrava un bel contesto in cui ospitare l’incontro: ragionare con gli strumenti del passato per applicarli al giorno d’oggi può essere un buon metodo per decostruire gli stereotipi e approcciarsi all’alterità e all’altro. Forse ci sarà anche una dottoranda capoverdiana che farà un intervento.
A: L’incontro del 17 febbraio è stato intitolato ‘Breve storia del Colonialismo Portoghese in Africa’. Nasce con lo scopo di ripercorrere le vicende in un contesto simile al corso di Martina, che è perfettamente in tema. Io racconterò dell’espansione coloniale portoghese in Africa del tardo Ottocento, mentre Luca Fazzini, uno dei curatori, tratterà il tema con un focus sul Novecento. Il 2 marzo si terrà invece una visita guidata da Eugenio Lucotti, studioso dell’Università di Lisbona e dell’Università di Venezia, che ha coordinato la traduzione dei pannelli in lingua italiana. Sono 30 pannelli, lo scopo è illustrare in poco tempo un contesto generale delle vicende per coloro che vogliono avere più informazioni. Vorremmo anche mettere a disposizione dei visitatori qualche libro presi dalle biblioteche dei Paolotti e di Lingue, con riferimenti a scrittori post-coloniali o a vere e proprie storie di questo periodo.




