
Il Festival Periferico, giunto alla sua diciassettesima edizione intitolata Becoming, si presenta non come un evento tradizionale ma come una filosofia in azione. È curato dal Collettivo Amigdala che, sin dal 2008, ha scelto gli interstizi e gli spazi urbani, come luogo di una ricca progettualità performativa. L’edizione, in programma dal 2 ottobre al 19 ottobre 2025, ha lanciato una sfida chiara: abitare l’incertezza e trovare nuove forme di comunità proprio dove ciò sembra impossibile. L’invito – rimanere nel divenire, riconoscere l’importanza di ciò che ci appare fuori posto – si traduce in un’indagine attiva che aggrega artisti, cittadini e attivisti per costruire insieme nuovi immaginari.
La forza di Periferico, sostenuto da enti pubblici (come Regione Emilia – Romagna e Comune di Modena), sta nel concepire l’arte non come un evento da consumare ma come un’esperienza da condividere. Gli eventi e le performance in programma indicano il grado di interattività che verrà agito, chiedono a tutti di partecipare, interagire, di prendere delle posizioni, e ci invitano ad abitare diversamente e collettivamente non in luoghi comuni ma bensì nelle palestre, nei cimiteri e aree industriali dismesse, luoghi che portano con sé memorie e silenzi.
La periferia come centro: OvestLab
La scelta di operare nel Villaggio Artigiano di Modena Ovest è il primo atto programmatico. Il festival rovescia la prospettiva, mettendo al centro la periferia come luogo di possibilità.
Il centro operativo è OvestLab, una ex officina trasformata in spazio culturale che accoglierà artisti e spettatori, ma il cuore pulsante dell’intero festival si diffonde per tutta la città. Il Collettivo Amigdala cerca nel paesaggio irregolare di questa zona una contemporaneità autentica.
Periferico rovescia la prospettiva, cercando l’ispirazione “nel groviglio di erbacce che turba la linda riqualificazione”. Qui l’arte diventa strumento di riqualificazione urbana.
Sono una ragazza modenese e studentessa di giornalismo presso l’università di Parma e frequentando un corso di didattica applicata ai festival ho scelto di partecipare a Periferico, che non conoscevo, spinta dalla volontà di esplorare la mia città oltre i confini del perimetro del centro storico. In questo paesaggio di silenzio e memorie ho voluto trovare il punto di vista sul festival. Ho compreso come le performance si fondino in modo irripetibile con il contesto che le ospita.
Transfemina: connessione, lotte e analisi spaziale
Periferico 2025 si è articolato lungo tre weekend, e la mia partecipazione ha riguardato soprattutto l’ultimo, 17-19 ottobre, che ha avuto quasi la natura di un festival dentro un festival. È stato infatti abitato da Transfemina International Encounter: un programma di incontri, assemblee e performance che ha messo in dialogo soggettività femminili e queer con lo spazio urbano, riflettendo sulle disuguaglianze spaziali.
Questo segmento del festival ospita vari artisti stranieri ed è il culmine di un percorso di ricerca biennale sostenuto da Creative Europe. Ho percepito chiaramente la forza di questa rete transnazionale: accanto alla regia di Collettivo Amigdala (Modena), si sono intrecciate le pratiche di tre partner europei, ognuno portatore di uno sguardo specifico. C’erano le ragazze dell’associazione Pele (Porto), che lavora sulle narrazioni sociali, il Collectiu Punt6 (Barcellona), un gruppo di architette e sociologhe femministe che da anni scardina l’urbanistica tradizionale e, infine, la creatività manuale di Drukker (Budapest), collettivo di stampatori ungheresi che ha trasformato le idee del festival, imprimendo e rendendo concreto ciò di cui discutevamo.
Quanto spazio occupi? è stato il momento dell’incontro col pubblico, il momento più intenso. Qui la domanda non era retorica ma misurabile, non abbiamo solo ascoltato la teoria ma abbiamo scoperto il “Toolkit per una città transfemminista”. Immaginatelo come una vera e propria “cassetta degli attrezzi” pratica: serve per smontare l’idea che la città sia neutra e a capire come renderla più sicura e accogliente per tutti, non solo per chi è già “padrone” dello spazio. Una prospettiva che ha trovato un’applicazione immediata e pratica nel laboratorio: La città transfemminista: spazio, corpi desideri a cura di Lucha y Siesta. Qui l’obiettivo si è spostato dalla discussione alla percezione dello spazio, dimostrando come i movimenti dei corpi e la forza dei desideri possano ridisegnare la città tanto quanto il cemento.
A chiudere il cerchio è stata una tra le voci più autorevoli che hanno arricchito il dibattito pubblico, quella di Elke Krasny, teorica dell’architettura e urbanista, che ha tenuto una conversazione fondamentale con parole semplici ma potenti sul tema La cura è politica. Elke spiega che prendersi cura dello spazio e delle persone non è un atto privato ma il primo passo per cambiare le regole del vivere insieme, ampliando la discussione oltre i confini locali e immaginando alternative di convivenza.

Elke Krasny durante la conferenza La cura è politica / foto: Maurizia Martinelli
La parte inventata/La parte immaginata
L’opera di Teodora Grano La parte inventata/La parte immaginata è stata una drammaturgia radicale, ospitata in un garage desolato. Ho percepito che il contrasto scenico fosse una delle sue prime forze: l’ambiente freddo, quasi ostile, accoglieva un incontro di un’intimità disarmante. Le macchine d’epoca parcheggiate lì sullo sfondo che agivano come una testimonianza di un tempo concluso, parte integrante della scenografia.In scena un gruppo di donne over 70 ( la compagnia MeMente Mori) si confrontava sul tema del morire, inteso come un processo, in perfetta linea con il titolo dell’edizione, Becoming.Il ritmo narrativo era scandito dal passaggio di un gomitolo di lana, simbolo tangibile della connessione tra narrazione e vita, che si srotolava tra le mani delle protagoniste.Ho provato un forte coinvolgimento emotivo e cognitivo, poiché lo spettacolo, seppur nella sua intima fragilità, toccava punti scoperti: il tema degli anziani dimenticati e il diritto di decidere come porre fine alla propria vita. La successiva e inaspettata danza finale ha rotto l’intimità, concludendo l’opera con un dinamismo inatteso.
Nonostante la conversazione ricordasse quella di un gruppo di supporto, la finzione teatrale si è rivelata cruciale. Mi sono chiesta quanto ci fosse di autobiografico e quanto di costruito: il testo scritto e recitato è stato lo strumento per innescare verità profonde, dimostrando come l’artificio scenico possa essere il veicolo più potente per la realtà.

Un momento della performance La parte inventata/La parte immaginata / credits: Periferico Festival
Here: sono nata per camminare
L’apice di questa filosofia di riacquisizione dello spazio è stata la soundwalk di lunga durata, Here: sono nata per camminare. Un’opera complessa frutto di un lavoro collettivo. L’ideazione è di Federica Rocchi insieme al team di curatrici, il testo potente è firmato da Serena Terranova mentre la drammaturgia sonora e le musiche originali sono di Meike Clarelli.
Non si è trattato di un semplice atto contemplativo ma di un vero e proprio palinsesto corporeo di 10 ore lungo 16 chilometri. Il percorso si è snodato lungo 5 tappe fondamentali, partendo dal cuore del festival a OvestLab per poi rompere gli “argini” del Villaggio Artigiano, il cammino ha attraversato ferrovie e confini urbani, toccando luoghi simbolici come il Cimitero di San Cataldo e la palestra “La Fratellanza”, fino a penetrare nella città storica di Modena riscrivendola con i nostri passi.
L’evento ha registrato un successo straordinario andando completamente sold out. Eravamo un gruppo numeroso pronti a mettersi in cammino. Vedere così tante persone radunarsi per un’esperienza impegnativa mi ha colpita profondamente. Mentre ci muovevamo compatti, ognuno isolato nelle proprie cuffie ma rimanendo connessi agli altri dallo stesso ritmo, ho provato la sensazione fisica di essere parte di un unico organismo. Non eravamo più singoli spettatori ma un’onda collettiva capace di riempire e di trasformare lo spazio pubblico con la sola presenza.
Un progetto partecipativo fin dalle sue origini: le voci che ci hanno guidato in cuffia sono il risultato di un gruppo di ricerca formato da oltre 30 donne e persone non binarie, che per mesi hanno lavorato insieme per mappare la città dal loro punto di vista. Sentire quelle voci mentre il mio corpo si muoveva tra le strade, dalle 11 del mattino fino a tarda notte, ha creato una sensazione straniante.
L’atto di camminare per ore in quegli spazi di confine non è solo un rito di memoria, ma una dichiarazione: si tratta di riscrivere la città con i piedi e con le orecchie, sopportando la fatica fisica. Si è costretti a prestare attenzione al luogo che ci circonda, alzare la testa e riflettere sulle parole delle voci che emergono potenti. L’azione si reincarna in un muscolo che si muove attraverso i confini, trasformando la stanchezza fisica in consapevolezza. Il corpo in movimento è un atto di libertà e di riappropriazione.

La soundwalk Here: sono nata per camminare / credits: Periferico Festival
Fine del percorso ma non del mio viaggio
Il mio reportage si conclude ma il messaggio di Periferico rimane.
Il titolo Becoming non è una promessa artistica ma un avvertimento: nulla è fermo. Periferico mi ha insegnato il valore della domanda irrisolta. Non ho solo “visto” uno spettacolo o “camminato” in una soundwalk… ho permesso a loro di entrare a far parte di me, di farmi riflettere e ragionare su ciò che mi circonda, ponendomi delle domande.
Ciò che mi resta è la consapevolezza che la cultura più urgente non è quella che celebra ciò che siamo ma quella che indaga su ciò che stiamo diventando.




