
Anna Negri con suo padre Toni in una scena del documentario
Quando ho lasciato la Puglia per approdare a Parma, ho portato con me quante più fotografie potevo: quelle del matrimonio dei miei genitori, istantanee dei miei nonni, vecchi ritratti dei miei zii. Perlopiù, immagini dove non c’ero, o perché non ancora nato, o, magari, per la mia inappellabile ritrosia davanti all’obiettivo. Per quale motivo l’ho fatto? Non so spiegarlo con precisione, ma sentivo che in quegli scatti era condensata anche la mia storia, benché fossi assente e che il percorso per capire chi fossi passava anche da lì.
Anna Negri compie un’operazione per certi versi simile, dirigendo un documentario delicato, ma vivido, poderoso. Suo interlocutore è il padre, Toni, docente universitario e politologo, legato agli ambienti della sinistra extraparlamentare italiana. Tra i due si instaura un dialogo serrato, che unisce il privato e il politico, la storia di una famiglia e quella dell’Italia, ma anche le ragioni di due decenni, gli anni Settanta e gli Ottanta. Molteplici livelli di lettura, interconnessi, intrecciati. «All’inizio non dovevo apparire nel lungometraggio, ma poi mi sono lasciata trascinare dalle discussioni con mio padre, e ho deciso di essere presente», sostiene la regista, presentando il suo film al cinema Astra. Proprio il dibattito costituisce la trave del lavoro di Negri: è un documentario profondamente dialogico, in cui le parole – talvolta sussurrate, in altri momenti urlate, sbattute fra i denti – fungono da detonatore per innescare processi per lungo tempo sopiti, sottotraccia. Negri non pone alcun filtro fra sé e gli spettatori: ride, si commuove, piange. E si incazza, parecchio. A tal fine, il suo progetto è inframmezzato da coerenti espedienti metacinematografici, con cui rompe la quarta parete e si rivolge direttamente a chi la guarda. Non nasconde la frustrazione nei confronti di un padre che sembra proprio non comprendere quanto sia stato complesso crescere con il fardello di essere sua figlia, additata, oggetto di speculazioni e invettive.
Pregevoli sono anche gli elementi visuali. In una scena del documentario, la telecamera si muove tra gli ambienti di un interno veneziano: librerie stracolme di volumi, una scrivania, una poltrona; alle pareti, foto, scritte, ritagli di giornale. Proprio su uno di quest’ultimi si indugia: è un articolo in inglese, titolato Teacher or Terrorist?. Un’altra componente visiva di impatto è l’acqua: Anna e Toni si muovono sui traghetti della laguna e ne osservano molto spesso i flutti, i movimenti, quasi a voler suggerire quell’incessante moto della Storia che ha travolto le esistenze di entrambi.
«Essendo professore, era abituato a questo tipo di locuzione. Era come se fossimo a teatro», dice Negri riferendosi al padre. Non si può negare, infatti, la capacità dell’uomo di intessere ragionamenti coerenti, lucidi. Per chi, come me, in quegli anni non c’era, la rievocazione, per esempio, delle proteste al petrolchimico di Porto Marghera ha un forte impatto. «Ho voluto inserire testimonianze storiche per agevolare la comprensione di quanti, a quell’epoca, non erano ancora nati».
Non nascondo di aver provato, in alcuni momenti, profondo imbarazzo; in certe scene mi sentivo spettatore indiscreto di dinamiche intime, personali. Però, il documentario ha una valenza universale: quello del conflitto intergenerazionale è un tema che ritornerà sempre. Le motivazioni dei genitori e quelle, all’apparenza, dicotomiche dei figli cozzano quasi inevitabilmente. Se guardo a mio padre, anch’io talvolta provo sconforto: tra me e lui si spalanca un abisso incolmabile. Eppure, non voglio condannare le sue ragioni, come spero, un giorno, lui non condannerà le mie.




