Il detective Jack Harper (Jon Bernthal) e la giornalista Anna Andrews (Tessa Thompson) in una scena della miniserie

«Ogni storia ha almeno due versioni, la tua e la mia, la nostra e la loro, quella di lui e quella di lei. Il che significa che c’è sempre qualcuno che mente. Tutti ci nascondiamo dietro la maschera che vogliamo mostrare agli altri, ma le persone non cambiano, non veramente, non nel profondo».

Questa è la traccia dominante della miniserie crime di 6 episodi: La sua verità (su Netflix), che gira attorno a un omicidio, due detective, una giornalista televisiva e la cittadina di Dahlonega a nord di Atlanta, dove non accade mai nulla e niente è come sembra. Ambiguità, relazioni intrecciate e ricordi dolorosi accompagnano tutti gli episodi. E puntualmente ad ogni finale di puntata si scopre qualcosa che ribalta completamente la storia e la percezione che ci siamo fatti.

Anna Andrews (Tessa Thompson), è una giornalista tv, la classica ragazza che ce l’ha fatta, nata e cresciuta in paese. Ha frequentato, grazie a una borsa di studio, una prestigiosa scuola femminile che l’ha aiutata a realizzare il suo sogno. Il suo ex marito, il detective Jack Harper (Jon Bernthal), è il migliore della contea di Lumpkin; un uomo rude, con modi di fare rozzi ma pronto a battersi per chi ama. Lo accompagna nelle indagini la giovane detective Priya Patel (Sunita Mani), direttamente dall’ accademia di polizia di Boston.

Ma la vera protagonista è la vendetta: la storia porta a fidarsi di un personaggio e poi costringe a dubitarne subito dopo. Fa credere di aver capito tutto ma poi ribalta la prospettiva da un momento all’altro. Ogni episodio aggiunge dettagli precedentemente nascosti, che invece di chiarire complicano la trama. Ma è proprio questo che ci tiene incollati allo schermo. Chi ha mentito? Perché abbiamo bisogno di una versione dei fatti a cui credere?

Di chi è davvero la verità?

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