Una panoramica della struttura

Voglio fare solamente poche opere, ma le voglio bellissime, importanti e raffinate

Il labirinto più grande del mondo riapre oggi, dopo la pausa invernale. Ha festeggiato i suoi primi dieci anni e continua a essere un punto di riferimento per chi ama l’arte, meglio se non convenzionale. Franco Maria Ricci, editore, grafico, bibliofilo e collezionista d’arte, ha immaginato per molto tempo questo dedalo e, dopo più di un decennio di progetti e lavori, è stato aperto al pubblico nel maggio del 2015.

Tutto inizia da due amici, amanti del bello e dei libri: Ricci, editore dai molteplici interessi, crea una collana di narrativa fantastica intitolata La Biblioteca di Babele e ne affida la direzione allo scrittore Jorge Luis Borges, appassionato di simboli: lo specchio, il doppio, gli scacchi, il viaggio e, appunto, il labirinto. Da collaboratore ad amico fidato di Ricci, l’argentino trascorre con lui lunghissimi periodi ed è proprio in sua compagnia che l’editore, sin da piccolo affascinato dai labirinti, inizia a fantasticare sull’idea di costruirne uno per davvero.

Già dall’ingresso si intuisce che ogni struttura ha una forma simbolica: il perimetro esterno con la sua sagoma a stella ricorda le cittadelle rinascimentali, porticato e cortile interno rimandano alle domus romane e la costruzione al centro del labirinto è sormontata da una piramide. Le forme sono semplici ma le dimensioni imponenti: ogni volta che varco l’arco di ingresso, provo una fascinazione mista a inquietudine, come se stessi entrando in un luogo quasi proibito.

Assieme a me, in questi dieci anni sono circa 800.000 le persone che si sono avventurate nel dedalo, portando con sé spirito d’avventura e… un numero d’emergenza fornito dal personale, in caso di smarrimento. In realtà non c’è nulla da temere: i visitatori che telefonano per essere recuperati è inferiore all’1%. Il percorso è di tre chilometri, con una sola entrata e una sola uscita; nel mezzo, trecentomila piante di bambù, di specie diverse, in quanto particolarmente adatto per la crescita veloce e rigogliosa unita a un’ottima resistenza alle malattie.

La maggior parte degli spazi interni accessibili, invece, custodiscono la collezione d’arte e le pubblicazioni dalla casa editrice fondata da Ricci negli anni Sessanta. Nella biblioteca è possibile consultarle tutte:

una miniera d’oro di ispirazioni per le ricerche degli studenti universitari  che si occupano di arti visive, performative e grafica. Qui sono custodite curiosità e approfondimenti su molteplici temi, correnti, autori e artisti poco conosciuti, con allegato un patrimonio iconografico che non ha paragoni.

Del progetto di Ricci, il labirinto è senza dubbio la parte più accattivante ma la collezione d’arte è particolare perché opere diversissime tra loro riescono a creare un insieme armonico. Le sale interne sono accoglienti e ricordano uno spazio abitativo grazie a comò, madie e scrivanie disseminate negli spazi. Le pareti, in carta da parati chiara o una scura tinta unita, valorizzano le opere esposte, divise per epoca; nonostante la predilezione di Ricci per ritratti e opere del Neoclassicismo, la sua collezione comprende anche arte sacra del Cinquecento, dipinti di Ligabue, inquietanti sculture di Wildt e un automa dell’Ottocento posto accanto alla Spider che l’editore usava personalmente. La mia parte preferita resta quella delle Wunderkammer (stanze delle meraviglie) dove sono esposti oggetti particolari che rimandano ai temi della morte e agli animali fantastici. Terminate le opere d’arte, si entra in un ampio corridoio: sulla destra, scaffali con la miriade di libri pubblicati mentre sulla sinistra, tavoli, sedie, libri e pareti tappezzate con le copertine della rivista FMR. Creata nel 1982 e definita da Jacqueline Kennedy “la rivista più bella del mondo” con l’inusuale copertina nera, austera ed elegante, proponeva approfondimenti a tema artistico accompagnati da scritti di autori di altissimo livello. Ci si può sedere, sfogliarli, guardare come il tempo ha lasciato il proprio segno sulla carta: apprezzo molto questo modo nuovo di vivere i libri e gli spazi museali. È  anche una miniera d’oro di ispirazioni per le ricerche degli studenti universitari  che si occupano di arti visive, performative e grafica. Qui sono custodite curiosità e approfondimenti su molteplici temi, correnti, autori e artisti poco conosciuti, con allegato un patrimonio iconografico che non ha paragoni.

Le mostre temporanee sondano sempre territori inconsueti dell’arte e dell’artigianato: fino a domenica 8 marzo si potrà vedere Knock Knock Knock. Guardiani di ferro dalla collezione Cesati, dedicata ai picchiotti da porta, pezzi unici forgiati tra il 1300 e il 1700, i “guardiani” attaccati alle porte delle dimore europee che univano tecnica, plasticità e valore simbolico. Anche la prossima, come sempre, non me la perderò: si intitola Erté. Lo stile è tutto ed propone 150 opere, molte delle quali mai esposte al pubblico, dell’artista, scenografo e costumista russo che ha segnato il gusto Art Déco con le sue eleganti geometrie. Spesso le esposizioni sono accompagnate da incontri di approfondimento e aperitivi con talk dedicati; anche in questo caso, per entrare nel mood degli anni Venti, c’è Ora d’Arte 2026. Gli anni ruggenti in quattro incontri al Labirinto della Masone, un salotto dove, insieme all’aperitivo, si scoprono i vari aspetti di quel periodo: dalla musica, alla moda, all’arte, con l’avanzare della modernità.

Per portare avanti l’ecletticità che distingueva il suo ideatore, il Labirinto ospita da anni anche uno dei festival italiani più rilevanti nell’ambito della musica sperimentale, il LOST Music Festival.

Il primo decennio è passato e il Labirinto non smette di essere un riferimento per chi ama il bello, proprio come Franco Maria Ricci; confesso che provo sempre un po’ di invidia per quest’uomo: io non sarei stata nemmeno capace di pensarlo – un progetto del genere – invece lui ha saputo volare alto, aspettando e preparando ciò che serviva per costruirlo.

foto di Francesca Moseriti

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