La cover di"Sob Rock", l'ottavo album in studio di John Mayer

Guardalo… è bellissimo. Guardalo mentre muove le mani con naturalezza, mentre tiene il tempo con il piede, mentre suona ritmi complessi senza mai perdersi, dando voce a canzoni che ha scritto lui stesso vincendo 7 Grammy, e cantando con una perfezione disarmante per un chitarrista. Tutto allo stesso tempo.

Ne rimango affascinato. E non credo sia un’ossessione, piuttosto un senso di fascinazione continua: uno stupore che si rinnova ogni volta che lo vedo suonare, che mi spinge ad ascoltare John Mayer al limite dell’adorazione. Che figo, dico sempre, ad alta voce, disarmato, con quattro effe. Che fregno.Lo guardo come si guardano le foto.

Lo ammiro; e vorrei essere come lui. Vorrei fare le stesse cose che fa lui. Non tanto la vita da rock star, a cui ho già brillantemente rinunciato. Vorrei solo suonare le sue canzoni come se fossero mie, però in contesti diversi scelti su misura per la mia vita. Facciamo un esempio. Siamo alla discussione della mia tesi di laurea triennale, al conservatorio di Rovigo.

Sono sul palco e suono In Your Atmosphere, una delle canzoni che penso di aver ascoltato più volte in quest’ultima parte della mia vita. E mentre lo faccio, nella mia immaginazione ho una voce straordinariamente piacevole, lo stesso tono brillante delle corde, la stessa forza emotiva, la stesso effetto arrapante. Oppure mi immagino alla jam session del martedì sera, al Cortile Caffè di Bologna, mentre suono I Don’t Need No Doctor, un riff difficilissimo, davanti a una ragazza che ho invitato lì con nonchalance, una povera sventurata che ancora non aveva la minima idea di cosa la aspettasse e di cosa fossi in grado di fare con una chitarra. Perché ovviamente, nelle mie fantasie io suono come John Mayer.

Quindi mi immagino davanti agli altri, mentre suono, e riesco ad avere lo stesso effetto che ha John Mayer mentre suona. Perché? Bisogno d’approvazione, stima, amore, affetto, sesso, fiducia, riconoscimento sociale, soldi, l’idea di un futuro possibile, metodi per fare colpo: tutte cose che non voglio approfondire.

Lui è stato un piacione. Però quando canta In Your Atmosphere io ci credo, ci credo veramente. È l’unica canzone di Johnny, il prototipo del chitarrista-chad che ha smollato Taylor Swift, Katy Perry, Jennifer Aniston nel giro di poco tempo che mi faccia credere che abbia sofferto davvero. Per me è struggente. Parla di una ragazza che vive a L.A. (Los Angeles) città in cui lui non crede che riuscirà più ad andare. Di questa ragazza non dice mai il nome (e questa volta probabilmente se lo ricorda anche); non sa se in fondo preferirebbe vederla, o se invece sarebbe meglio non vederla affatto. Sa che morirebbe se non la vedesse, ma anche che morirebbe se la incontrasse, bruciando nella sua atmosfera. Penso che intenda che morirebbe dentro. Una sensazione che chi ha avuto un amore a distanza conosce bene: è strano non andare più in quel posto in cui si andava solo per quella persona, e ora quel posto risulta familiare ed estraneo allo stesso tempo. Anche chi non ha avuto una relazione a distanza ma semplicemente ha avuto la fortuna di lasciare o essere lasciato, può capire la sensazione di non sapere se si preferirebbe incappare nella persona per cui si sta soffrendo, o se in fondo, sarebbe meglio non vederla, anche se questo ti farà comunque soffrire.

“Wherever I go, whatever I do,

I wonder where I am

in my relationship to you…”

Così mi immagino mentre canto questa canzone; il ritornello struggente, il finale dolcissimo da far commuovere e sciogliere il cuore, il falsetto da brividi. Nei miei sogni canto con la stessa forza, quasi commovente, io solo contro il silenzio e con una chitarra dal suono brillante, davanti alla ragazza che ho avuto in mente per anni, e che non sono riuscito a dimenticare. Le stesse parole, la stessa canzone, la stessa forza. Lei mi guarda mentre suono, chiudo gli occhi e poi alla fine ho il coraggio di guardarla.

“Cause I’d die if I saw you,

 die if I didn’t see you there…”

Bello, no? Lei seduta in un angolo, io che nel frattempo ho imparato a cantare decentemente, l’esibizione struggente. Come si fa a non cascare o ricascare per uno così? Eppure so che sperare di fare un altro La La Land non è la cosa più sana del mondo. Però a volte sarei curioso di provare quella malinconia almeno per un secondo. Le altre persone evidentemente non sanno quali e quante scene che ci immaginiamo con loro come attori. Noi invece le abbiamo scritturate e stanno anche facendo un ottimo lavoro. Sempre nella mia mente sono anche stato invitato a Otto e Mezzo e contraddico Italo Bocchino, segno che sto maturando. “No Lilli guarda, questa è una tesi che non ha nessun fondamento reale…”

Dev’esserci un’alternativa. Un modo per rimanere sé stessi. Per non immaginarsi come gli altri. Sono tante le persone che fanno sogni a occhi aperti? Stando a Reddit, illustre fonte di sapere, sì.

Prendi Lucio Corsi, ad esempio. Un altro che ce l’ha fatta. Voleva essere un duro, ma non è altro che Lucio, e anziché una stella uno starnuto. Lui non voleva essere come John, né tantomeno John non voleva come Lucio; anche perché John sapeva già di essere una stella.

Il mio traguardo sarà di guardare John senza più desiderare di essere come lui, come per una storia Instagram di cui sono geloso, ma limitandomi ad attestare quanto sia figo e che le canzoni che avrei voluto scrivere io, le ha già scritte lui.

E poi a dire il vero, una settimana prima di laurearmi ho provato a suonare In Your Atmosphere a un open mic dal vivo in cui mi immaginavo di incantare le ragazze, ed è stato uno schifo. Anche se a mia discolpa, non avevo il capotasto e la chitarra non era nemmeno la mia, ed era classica e anziché acustica; e poi alla laurea invece, alla fine, è andata tutto sommato abbastanza bene. Eccola, la vita normale. Quella da cui ci si allontana sognando. Che peccato però non essere un altro. Alto due metri, musicalmente incredibile e con quella affascinantissima, sofficissima voce sexy.  Temo che perfino gli starnuti di John Mayer, quei bellissimi e precisissimi starnuti, siano più intonati di me.

“Never mind,

never you mind…”

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