
I due protagonisti, Bahram Ark e Sadaf Asgari, in vespa
Il nuovo film di Asgari, Divine Comedy, fa ridere, parecchio. Poi ti fermi un secondo a riflettere, e pensi: cazzo, davvero sto qui a sghignazzare per un’opera cinematografica girata in Iran, con tutto ciò che accade nel Paese? Sì. È assurdo, grottesco, ma non puoi farne a meno. Perché i regimi si reggono su fondamenta ridicole, pretestuose, a dispetto di qualunque armamentario ideologico vogliano accampare. Chi potrebbe impedire a un regista di proiettare la propria pellicola, se non degli stolti, degli utili idioti di un governo retrivo, ignorante e sessuofobico?
La trama della commedia è piuttosto striminzita: il protagonista, Bahram Ark, è un cineasta di film in lingua turco-azera che tenta ogni espediente per far proiettare la sua ultima opera: il regime iraniano, infatti, gli oppone netti rifiuti, adducendo pretesti burocratici a dir poco bislacchi. Ma Bahram è testardo, non cede a ricatti e lusinghe, e in sella a una Vespa, guidata dall’inseparabile attrice e produttrice Sadaf, macina chilometri lungo le strade di Teheran nel tentativo di imbastire un piano per organizzare una degna première per il suo lungometraggio.
Il film richiama alcuni stilemi propri dell’estetica del primo Woody Allen (lo stesso aspetto occhialuto e dimesso di Bahram lo certifica): lunghi dialoghi, situazioni equivoche, personaggi cialtroneschi.
un tenero omaggio al potere lenitivo del cinema, soprattutto in contesti complessi come quello iraniano, ma anche un ossequio alla resistenza di un popolo che non accetta di abbassare il capo e lotta, con ogni mezzo a disposizione. Per certi aspetti, la storia mi ha ricordato quella narrata dalla scrittrice Azar Nafisi nel suo Leggere Lolita a Teheran, quella sorta di clima di cospirazione, di capacità di sgusciare tra le rigide maglie del regime per perseguire fini anche, e soprattutto, culturali.
Come nel romanzo di Nafisi, anche nella satira di Asgari le donne rappresentano un elemento di contestazione alle pratiche misogine del regime degli ayatollah: Sadaf, indomabile centaura dalle ciocche azzurre, così come la ricca matrona cinefila (e cinofila!) nella cui casa si organizza la prima proiezione del film di Bahram, ma anche la fidanzata del fratello di Ark, che nutre ambizioni cinematografiche e vuole mostrare al futuro cognato un suo cortometraggio.
Divine Comedy è stato presentato in anteprima alla 82ͣ Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti – senza che Asgari potesse parteciparvi, perché bloccato a Teheran – e si inserisce idealmente in quel filone di film di area persiana che, pur nelle dovute differenze, ricomprende Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof e Un semplice incidente di Jafar Panahi. I tre registi sono duramente ostracizzati in patria e condividono esperienze di incarcerazioni, censure e requisizioni di passaporti.
Ormai ho quasi 26 anni, pertanto la mania per Harry Potter dovrebbe essere da lungo tempo acqua passata; eppure, ricordo ancora con nitidezza una scena del terzo film (e libro), Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban: Lupin, professore di Difesa contro le Arti Oscure, porta in classe un essere curioso, un Molliccio, che assume la forma della peggior paura della propria vittima; per sconfiggerlo, è sufficiente pensare intensamente a un siparietto ridicolo che lo riguardi, e riderne a crepapelle. Ebbene, mi piace immaginare che Asgari, trovandosi di fronte all’ayatollah Ali Khamenei, questo strambo mostriciattolo, lo raffiguri in versione pagliaccesca, e con una sonora risata lo rispedisca negli oscuri meandri da dove proviene.




