
Franca Coin, detta anche "Lady Coin"
«Mi sono sempre travestita un po’, senza rinunciare alla mia personalità. Mi è sempre piaciuta la realtà, il toccare le cose con mano, ma essere in armonia nel luogo nel quale mi trovo ha sempre prevalso»
Imbattersi in Franca Coin al CAPAS in occasione del seminario dottorale “Moda Media Storie” ha suscitato lo stesso fascino che il cacciatore di tesori Brock ha percepito nell’incontrare l’anziana Rose Dawson nel film Titanic di James Cameron : stessi occhi vispi, stesso sorriso energico e stesso fare elegante nei modi e nel comunicare; tutti elementi che anticipano un vissuto ricco di esperienze, lungo quasi novant’anni di Storia. Come per Rose, anche qui il mare e l’acqua fungono da connettori e da costanti per differenti momenti della vita di Franca Coin: nata a Trieste ma di origini pugliesi, un lungo vissuto nell’alta società veneziana grazie ad un importante matrimonio, inabissatosi di recente nelle torbide acque lagunari. La nostra intervistata non ci ha nascosto la sofferenza di questo evento che l’ha portata a lasciare rapidamente il capoluogo veneto per trovare momentaneo rifugio ai suoi antipodi, in Sicilia, lontano dagli occhi, dal cuore e dalla sua amata Serenissima. «Quel mare mi ha chiamato a sé come ha fatto con Ulisse nell’Odissea – ci confida – dovevo svuotare la testa da mille pensieri. Immergermi in quell’acqua dall’orizzonte sconfinato, privo di ostacoli, mi ha permesso di riaprire la vita a nuove prospettive».
Ago e filo
Può darsi che per la nostra generazione il cognome Coin possa suggerirci poco o nulla, forse giusto un’insegna tra le tante che ci è capitata di leggere passeggiando per le vie di qualche città. Nel secolo scorso, però, Coin è stato di fatto il grande magazzino italiano d’abbigliamento di lusso per eccellenza. Tutto è cominciato in Veneto da un banchetto di tessuti e articoli di merceria nel lontano 1916, allestito da Vittorio Coin. Una stoffa dopo l’altra gli affari cominciano a decollare e da quel piccolo stand di piazza si passerà ad aprire un negozio, a possedere magazzini e arrivando anche ad acquisire i propri concorrenti. Negli anni ’80 entra in scena Franceschina Mancino, già da lungo tempo corrispondente a Milano di Vogue Homme e Vogue Sport. Qui, in occasione del lancio di una particolare serie di capi d’abbigliamento, avviene l’incontro con Piergiorgio Coin, nipote di Vittorio Coin e vicepresidente della società di famiglia. È a partire da questo momento che Franceschina Mancino diventerà presto sua coniuge: la signora Coin.
L’intreccio
Bisogna metterlo in conto: sposare qualcuno con un cognome importante potrebbe offuscare la propria identità perché si corre il rischio di vivere all’ombra del proprio partner, diventando semplicemente “la moglie di” o “il marito di”. Per Franceschina Mancino però non lo è stato: è riuscita a mantenere la sua personalità e il suo savoir faire che le avevano permesso di avere già alle spalle una lunga carriera nel campo della comunicazione sia redazionale che relazionale. La forte curiosità per quel che accade intorno, bilanciata da una lucida consapevolezza nell’adeguarsi alla situazione che si stava vivendo, è di fatto il complesso intreccio che ha permesso a Franca Coin di intessere forti legami con le persone. «Mi sono sempre travestita un po’, senza rinunciare alla mia personalità. Quando cominciai a lavorare, ho iniziato come interprete per importanti aziende commerciali, viaggiando spesso in Medio Oriente. Ai colloqui d’affari mi presentavo col capo rigorosamente coperto ma se capitava l’occasione di andare al mare non esitavo a mettermi in costume». Un approccio un po’ rock in un ambiente istituzionale, probabilmente acquisito da ragazza mentre studiava l’inglese nella Londra dei Beatles e mai andato perduto. «Io sono sempre stata un po’ più selvaggia rispetto agli aristocratici veneziani. Quando sono diventata la signora Coin mia suocera faticava ad accettare che andassi a fare la spesa mentre facevo ginnastica tra le calli di Venezia, in giacca a vento. Mi è sempre piaciuta la realtà, il toccare le cose con mano, ma essere in armonia nel luogo nel quale mi trovo ha sempre prevalso e, col tempo, mi sono dovuta adeguare».
Avvicinarsi al mondo della moda era stato di fatto il toccasana che da giovane le aveva permesso di uscire da un ambiente più corporativo ed istituzionale, potendo sfruttare le sue conoscenze linguistiche in un campo creativo «Qui potevo sbizzarrirmi ed essere molto più hippy» ci confessa. Lavorando come fotografo di moda a Milano, suo fratello Rocco Mancino era riuscito ad introdurla in questo mondo che si stava velocemente rivoluzionando, come tutti gli altri aspetti della società occidentale tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Le nuove generazioni stavano rifiutando il mondo elitario dell’alta moda, per abbracciare uno stile all’opposto, come il simbolico arrivo delle t-shirts. In particolare, fu il look adottato dalle band inglesi, capeggiate proprio dai Beatles e dai Rolling Stones, a dettare le regole di quella nuova generazione che stava nascendo. In tutto questo mare di fibrillazione, Franceschina e Rocco Mancino riescono a creare la “Talents International”, una società che andava a caccia di nuovi stilisti emergenti. Da quel momento in poi, il mondo della moda non l’avrebbe più abbandonata.
L’abito
Oggi Franca Coin ha preso fissa dimora qui in centro a Parma dove riesce lo stesso a dedicarsi a distanza ad opere di conservazione, restauro e valorizzazione del capoluogo veneto attraverso la Venice International Foundation, società di micromecenatismo culturale fondata nel 1996 con il Comune di Venezia, i Musei Civici e un gruppo di suoi amici. Ci racconta di aver vissuto un periodo in cui Venezia aveva la possibilità di puntare a diventare un grande polo universitario, una città che fosse a portata dei giovani, degli studenti. Purtroppo la politica ha spinto l’acceleratore su altri aspetti, svendendo la Serenissima come vetrina all’overtourism con annessi i disagi che ne conseguono e a cui oggi facciamo conto. Per far ripartire il cuore della città veneta, lady Coin si è concentrata sui suoi giardini. Di recente è stato restaurato l’Orto Giardino del Convento della Chiesa del Santissimo Redentore da parte della Venice Gardens Foundation «Qui non si trova solo bellezza ma anche sinergia tra piante diverse tra loro e che si aiutano a vicenda per crescere. Scoprire tutto ciò, mi ha dato forza per rinascere».
Durante il trasferimento post divorzio, Franca Coin si è anche ritrovata a gestire un folto guardaroba di abiti griffati, sparpagliato tra le case di sua proprietà e in qualche magazzino. Tutti i capi d’abbigliamento erano stati conservati con cura e ciascuno di essi aveva una storia da raccontare. Un peccato tenerli chiusi nella naftalina. «Avevo fatto un lungo lavoro d’introspezione partendo da una riflessione letta nel nuovo libro del giornalista Beppe Severgnini Socrate, Agata e il futuro. Qui Severgnini racconta un aneddoto di suo padre, notaio di professione: le persone non fanno testamento in vita. Il fatto di fare in vita le cose è molto importante ed è molto più importante per me, alla mia età, poter donare una cosa che io ho vissuto e che potrebbe essere d’ispirazione per qualcun altro».
Coin prosegue, raccontandoci di essere già da tempo a conoscenza dello CSAC, il Centro Studi e Archivio della comunicazione dell’Università di Parma fondato da Arturo Carlo Quintavalle. «Voglio donare il mio guardaroba allo CSAC» e da qui comincia la storia che ci riconduce al nostro presente: Franca incontra Gloria Bianchino, storica dell’arte e della moda, che la mette in contatto con Elena Fava, docente UNIPR, IUAV e collaboratrice dello CSAC stesso, il tutto coordinato da Sara Martin, docente di Cinema, fotografia e televisione, sempre a UNIPR. A effettuare la lunga catalogazione e selezione degli abiti sono state Elena Fava e Franca Coin stessa. «Ho sempre avuto degli abiti un po’ “originali”, come quella giacca di pelo durissima che tu hai trovato – sorride, rivolgendosi ad Elena Fava – comprata chissà dove, se in Afghanistan o da qualche altra parte in Medio Oriente. In generale Io amo poco il design, apprezzo più la tinta unita e non le fantasie. Mi piacciono gli abiti morbidi, non attillati… mi tornano in mente le Fruit of the Loom».
In questo momento lo CSAC sta lavorando all’allestimento di uno spazio definitivo alla Pilotta dove sarà depositato il fondo Franca Coin, rispettando le esigenze di preservazione di tutto il guardaroba ricevuto in dono. Quanto alla nostra intervista, il tempo ha raggiunto il suo limite. Oggi ci è capitato di essere faccia a faccia con la Storia, quella dei libri, quella dei testi universitari. Un passato a cui possiamo avere accesso solo attraverso foto, video o racconti come questo: ricordi che riaffiorano vividi dalle profondità di un tempo lontano. Franca Coin si alza e si congeda a noi rivolgendoci un ultimo sorriso «Siate curiosi e non abbiate paura di rischiare».



