«La soglia può accogliere, costringere, trattenere».

Nella tesi di laurea triennale di Maria Tirotta — per molti, semplicemente Mara — la soglia è un concetto da esplorare, ma anche una metafora che le somiglia. È un’inquadratura, una cornice, un confine: un non-luogo in cui tutto è possibile.

Forse anche raccontare la sua storia significa questo: fermarsi su una soglia, guardare attraverso, e lasciare che il cambiamento faccia il suo corso.

Prima di sedersi tra i banchi dell’università ha attraversato una lunga stagione fatta di lavoro, studio autonomo e osservazione del mondo, in una tensione costante tra quello che avrebbe voluto fare e ciò che le circostanze le hanno chiesto. Ma la curiosità non è mai rimasta in disparte. «Il diploma l’ho preso a trent’anni», rivela, «alle superiori avevo scelto ragioneria, ma il secondo anno mi ero accorta che proprio non mi piaceva». «Stavo per andare all’istituto d’arte», poi alcune vicissitudini l’hanno portata da un’altra parte. Così inizia a lavorare, ma il suo desiderio è sempre stato quello di andare a scuola: «Mi piaceva e studiavo davvero con piacere» dice, «mi hanno sempre appassionato tutte le materie. Anche quelle un po’ meno facili da digerire». Il suo percorso formale riprende nel 2002, quando consegue il diploma in progettazione e arredo all’Istituto d’Arte. In parallelo frequenta un master, ottiene un titolo come architetto di interni e si affaccia sul mondo della comunicazione. «Era un momento felice, mi stavo talmente divertendo ed era un momento ricco per le agenzie pubblicitarie, – inoltre la regione offriva veramente tanto -, per cui mi sono spostata sulla comunicazione». Da lì comincia una carriera lunga e intensa in agenzia: diciotto anni in un ambiente creativo e stimolante, poi segnato, come molti, da crisi globali e cambiamenti strutturali. Il mondo digitale inizia a riscrivere le regole, ma non tutti riescono a stare al passo. «La mia agenzia purtroppo è rimasta dov’era. Io comunque avevo altre ambizioni, mi sono accorta che nonostante anche gli altri fossero andati altrove e si fossero indirizzati nell’online, si stava sgretolando quello che era il progetto vero di comunicazione.»

Nasce così una nuova fase, in cui Mara approfondisce le sue ricerche in autonomia e dà inizio a un esperimento che intreccia etica, estetica e mercato. «Avevo creato un bellissimo progetto, l’avevo chiamato “Elogio alla bellezza”», afferma, poi il Covid19 ha deciso di farle cambiare i piani. L’iniziativa prendeva forma attraverso eventi, stanze tematiche, esperienze legate al cibo e alla percezione dei brand. Un progetto itinerante, che si proponeva di mostrare come la comunicazione possa diventare chiave di lettura per i comportamenti contemporanei. L’osservazione, infatti, non si ferma. Mara continua a formarsi, a studiare, a interrogarsi su come le persone scelgono, comprano e vivono. Nel tempo, si avvicina al trendsetting e al cool hunting, due ambiti che fanno dell’osservazione del comportamento sociale un vero e proprio strumento di analisi, fino ad essere coinvolta in attività di trend scouting durante il Fuorisalone di Milano.

«Quando Putin dichiarò guerra all’Ucraina, decisi: adesso lo faccio».

Nel momento in cui sulla bocca di molti c’era l’ipotesi di una terza guerra mondiale, Mara sceglie di dare ascolto al suo desiderio più profondo: continuare a formarsi.

«Non volevo morire dove stavo lavorando. Non volevo morire senza aver provato a fare quello che avrei voluto davvero».

La paura è insidiosa, ma questa volta ha vinto «la dose di coraggio». «Credo che bisogna fare così: la vita è una sola e non volevo arrivare alla morte e dire ‘avrei potuto farlo’» dichiara. Ma il suo percorso è solo all’inizio. Così ammette «Mi sono licenziata», ora «il tempo dedicato all’università è all’80%»: non restano che le incombenze quotidiane, dalla casa al «ridare aiuto a chi te lo sta dando», perché ti supporta per le scelte che hai fatto. «Avrei dovuto farlo dopo aver preso il diploma, ma era un momento felice: mi dicevo ‘lo farò’». Adesso l’unico rammarico è «non avere dieci anni meno per riuscire ad avere la possibilità di arrivare dove volevo arrivare». Eppure questo viaggio non parla di rimpianti, bensì di una donna che ha deciso di concedersi più possibilità di quante, fino a ieri, pensasse di avere.
Il confronto con persone più giovani non è una novità: gli ultimi anni del liceo lo confermano. Dopo aver preparato i primi tre anni da privatista, frequenta gli ultimi due con ragazzi di diciassette anni. «Tutti erano molto infastiditi e timorosi, perché mi vedevano come la spia dei prof». Ma è solo questione di tempo prima che il nemico si trasformi in alleato: «quando hanno capito che li avrei fatto copiare, — soprattutto in matematica — sono diventata al loro pari», assicura sorridendo. L’età è diversa, ma l’esperienza rende tutti uguali. All’università «la questione si è livellata»: non più solo diciottenni e diciannovenni, ma un’eterogeneità che permette meno distanza. Mara occupa sempre le prime file, ma ci tiene a precisare:

«è solo perché non ci sento!».

Eppure, chi ha frequentato il suo anno di Comunicazione e Media Contemporanei all’Unipr difficilmente può dire di non aver mai sentito parlare di lei. È una voce che non passa in sordina, che si muove anche quando intorno tutto tace, per fare la cosa che più le sembra giusta. È la prima a sollecitare, a cercare soluzioni, a non accettare passivamente ciò che non funziona. «Fatevi sentire» riflette con convinzione, pensando ai compagni e alle compagne di corso. Quel timore diffuso lo percepiva spesso tra le chat di WhatsApp e le richieste che le arrivavano negli intervalli accademici.

Qualcuno l’ha amata, con altri ha discusso, ma nei momenti di incertezza erano molti a contare su di lei:

«In privato ricevevo tantissimi messaggi di aiuto».

Da chi non capiva cosa fare, o come approcciarsi, a chi si sentiva spaesato sul programma di una certa materia: «Io il mio aiuto l’ho sempre dato tranquillamente. Anzi, lo mettevo in preventivo mentre studiavo». Ma ha una parola anche per i “meno bisognosi”: «Per chi non mi ha accettato: cazzi suoi — perdona la parola». Sorride, ma poi si fa di nuovo seria. «Io so solo che mi sono messa al vostro pari, e penso di averlo dimostrato». Poi, a un certo punto, la voce si incrina: «Scusa, scusami…» dice mentre gli occhi si inumidiscono, «però siete stati bellissimi.» La commozione si scioglie in tenerezza. «Al di là di chi chiacchierava, siete davvero tutti carini, tutti educati». «Non me l’aspettavo», ammette «perché dicono che la nuova generazione non ha voglia di fare niente, ma io invece vi ho visti, ragazzi: siete meravigliosi». Ripensare poi alla leggerezza e all’ingenuità di alcune domande fa emergere aspetti disattesi:

«Il confronto con gente più giovane mi ha fatto capire che ero già grande anche a vent’anni»

dice con una vena di malinconia nello sguardo.

Ma guardare indietro ad un percorso che volge alla fine porta con sé anche questo: la sorpresa, la gratitudine di un’esperienza vissuta appieno e nuove prese di coscienza, che si mescolano con il piacere della conoscenza.

«Io ho già quest’indole: voglio capire, voglio conoscere» racconta. «Mi interessa tutto, perché tutto può condurre a una motivazione».

È un’attitudine che accompagna ogni materia, ogni esame, ogni stimolo nuovo. Ma ce n’è uno che ricorda con più soddisfazione: Storia Contemporanea.
«Il prof. Genovesi era incredibile» dice divertita, «raccontava come fosse un romanzo, come se stesse vivendo in quell’epoca». A ripensarci prova la stessa gratitudine che Camilleri attribuiva a chi ha il dono del racconto. E ne coglie il frutto, quando riceve il suo trenta e lode e resta immobile per cinque minuti con le mani in faccia: «Non ci credevo».

Con gli anni, una consapevolezza su tutte si è riconfermata: l’amore per lo studio e la perseveranza che muove ogni sua curiosità. «È faticoso, perché io non mi accontento» confessa. «Non è possibile che su 21 materie, una l’abbia studiata meno». Un interesse enciclopedico per una personalità eclettica, che si reinventa continuamente. I sogni dei vent’anni lasciano spazio a quelli nuovi:

«Le prospettive cambiano e devi fare i conti con quello che il mondo ti offre. Io ho dovuto adeguarmi, un po’ come tutti… Però sì, ho avuto anche la tenacia di cercare di farlo».

Eppure, la soddisfazione di un traguardo non basta a fermarla. «Io non sono ancora contenta: voglio la magistrale» dice con la stessa risolutezza con cui ha portato avanti ogni esame. È disposta a lavorare in progetti che non le appartengono del tutto, a patto che possano aiutarla ad arrivare quanto più vicino possibile a quanto desidera: scrivere progetti culturali, tenendo insieme interessi e possibilità. La triennale è finita ma ha il sapore di un rito di passaggio, non di un arrivo:

«Per ora ho ancora il buchino nello stomaco. Non festeggerò, perché non ho ancora finito.»

Nel frattempo, la sua presenza in aula parla da sé. A chi ha paura di essere fuori tempo, risponde semplicemente indicando se stessa, con un sorriso. Ricorda ancora le parole di chi commentava con stizza la scelta di cominciare l’università alla sua età: «non si può sentire» qualcuno diceva.

«Cosa non si può sentire?»

si chiede ancora oggi.

«Io le domande me le faccio tutti i giorni. Ma non mi chiedo se ho sbagliato o no, mi chiedo solo dove arriverò».

L’età non è mai stata un problema per lei, semmai uno specchio in cui ha ritrovato se stessa.

«Vorrei che i ragazzi provassero davvero quello che provo io entrando in un’aula»

afferma quasi con orgoglio:

«Quando vuoi davvero qualcosa, sparisce tutto».

Non vuole sembrare «la poveretta che tenta la fortuna», come afferma ridendo. Ma dalle sue parole non c’è traccia che possa trarre in inganno: nessun passo cieco o incosciente, solo una costruzione incessante e progressiva, basata sulla perseveranza e sul coraggio di chi si dà il permesso di rischiare. Oggi Mara si dà il permesso di provare ad essere felice e sa che quella soglia rimarrà ancora aperta per un bel po’, perché ancora in attesa di essere attraversata.

  • Sonia Manna

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