Un disegno per giacca, gonna e borsa di Giorgio Armani

  • foto di Francesca Moseriti

«Puoi inventare i vestiti più belli ma se non fanno parte della società non hanno nessun significato»

– Giorgio Armani

«La sua morte ha creato subito il desiderio di omaggiarlo e, nonostante i tempi strettissimi, siamo riusciti ad allestirla» dice soddisfatta Sara Martin, vicedirettrice del Centro Studi e Archivio della Comunicazione.

Inaugurata il 13 dicembre scorso dal rettore e direttore del CSAC Paolo Martelli, la mostra espone una selezione del Fondo Giorgio Armani, composto da 8000 materiali che lo stilista aveva personalmente donato al CSAC negli anni Ottanta.

«Quella esposta è una selezione di un centinaio di figurini, bozzetti e studi preparatori delle collezioni create tra il 1975 e il 1980. Cinque anni cruciali per lo stilista, nei quali Armani diventa veramente Armani» continua Martin: nel 1975 sbarca negli Stati Uniti aprendo il primo negozio a New York e due anni dopo Diane Keaton lo sceglie per vestirla nel film di Woody Allen Io e Annie; l’attrice seleziona personalmente gli abiti da indossare e viene apprezzata per lo stile genderless che mescola capi maschili e femminili, ama stratificazioni e accessori, tra cui le cravatte. Quando vince l’Oscar come migliore attrice protagonista ritira la statuetta indossando un power dressing Armani: con giacca maschile e gonna a strati in tonalità neutre, foulard e spilla al bavero, Keaton può permettersi di abbandonare le rigidità del dress code imposte alle donne. La scelta di quel completo riflette i cambiamenti di gusto dell’epoca ma più di tutto proclama i nuovi bisogni del mondo femminile: parità e indipendenza.

Ma l’ascesa di Armani non si ferma. «Grazie al successo di Diane Keaton, nel 1980 Paul Schrader chiede allo stilista di creare un intero guardaroba per Richard Gere, protagonista del suo nuovo film American Gigolo» prosegue Martin; la famosa scena in cui Julian Kane stende sul letto giacche, cravatte, camicie e pantaloni per creare i giusti accostamenti, ci mostra l’uomo che può abbandonare modelli costrittivi, tessuti rigidi e colori scuri. La rivoluzione di Armani investe così anche la moda maschile perché la giacca destrutturata, il suo doppiopetto, i tessuti che cadono morbidi valorizzano la fisicità, sdoganano l’uso dei colori pastello permettendo all’uomo di essere comodo, disinvolto e capace di creare uno stile personale.

La mostra è allestita nella Sala delle Colonne dell’Abbazia di Valserena (sede del CSAC): è un ambiente raccolto e con luci calde che esaltano le pareti dove sono appesi i disegni degli abiti che lo stilista disegnava su carta con china, matita e pennarelli; di fianco alle silhouette sono spillati i campioni di tessuto pensati per quel modello e talvolta, scritte a mano dallo stilista, annotazioni tecniche per i collaboratori. Sotto i bozzetti appesi ci sono grandi cassettiere d’archivio che i visitatori possono aprire liberamente per ammirare altri disegni e stoffe. Mentre ammiro quei bozzetti e quei tessuti ricercati, sento alcune visitatrici bisbigliare «ma che bell’uomo che era», «è stato proprio una brava persona», «ma che begli occhi che aveva»: ovviamente mi avvicino per capire cosa stiano guardando e vedo che, all’interno dei cassetti, ci sono copertine e articoli di giornali italiani che raccontavano con entusiasmo la sua ascesa a Hollywood.

In fondo alla sala sono esposte le locandine dei film Io e Annie e American Gigolò e al centro, su un grande schermo, scorrono i titoli di alcune, tra le  circa 200, delle più famose pellicole “firmate” Armani,  tra cui Quei bravi ragazzi, Bastardi senza gloria, Ocean’s Eleven e Gli Intoccabili.

L’abbazia di Valserena poi ha un fascino tutto suo e si rimane a bocca aperta già quando la si intravede da lontano; vedere i colori, le fantasie e le texture dei tessuti scelti dallo stilista ci permette inoltre di ricordarci cosa sia davvero l’eleganza, affatto scontata in quest’epoca di fast fashion. Se poi pensiamo a quanto Armani sia stato capace di impattare su gusto, società e addirittura sulla stessa idea di maschile e femminile, dedicargli un po’ del nostro tempo diventa quasi un dovere. «Puoi inventare i vestiti più belli ma se non fanno parte della società non hanno nessun significato» diceva e nessuno come lui ha fatto “conversare” i generi tra loro: la donna è entrata nell’universo lavorativo con una femminilità non ostentata ma autorevole e ha permesso agli uomini di abbandonare il rigore a loro imposto da sempre e provare a essere, per una  volta, oggetti del desiderio.

Ecco perché visitare questa mostra è quasi un dovere: tutte le discussioni odierne su fluidità di genere, emancipazione, seduzione tra i sessi mi sono sembrate solo parole vuote se confrontate con l’impegno costante e silenzioso di Armani che, con garbo e mai una caduta di stile, ha saputo davvero cambiare moda e società insieme.

  • Francesca Moseriti

foto di Francesca Moseriti

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