Ognuno di noi ha uno spauracchio, una paura inconfessabile che ci rende nervosi. Io ho il terrore di parlare in pubblico. Il pensiero di dover giustapporre delle parole mentre dozzine di pupille mi scrutano e giudicano quel che dico, mi riempie di angoscia. Pertanto, quando i promotori di “F-Lottiamo” chiedono al pubblico di disporre le sedie in un grande cerchio, comincio a sudare freddo. Ingenuamente, credevo che avrei assistito a una sorta di conferenza, avrei preso degli appunti, tutt’al più avrei potuto alzare una mano e fare una domanda (cosa che, del resto, mi guardo bene ogni volta dall’azzardare). Insomma, le prospettive sono piuttosto nefaste. Invece, devo ricredermi: non solo l’incontro è piacevole, informale, ricco di spunti di riflessione, ma riesco ad articolare un intervento senza tremori e palpitazioni, in modo fluido e spontaneo.

“F-Lottiamo” è un laboratorio di ricerca in mare aperto promotore di una serie di incontri con la comunità studentesca e l’intera cittadinanza, organizzati dal CAPAS e dal gruppo ParTeR (Partecipatory Teaching and Research, “tavolo di Ateneo” che si configura “come uno spazio di confronto e coordinamento sui temi della ricerca partecipativa e della citizen science nell’Università di Parma”), con l’obiettivo di avvicinare e sensibilizzare al tema delle spedizioni di investigazione accademica, adottando strategie comunicative per la loro divulgazione.

La seduta laboratoriale a cui partecipo prevede due momenti: una prima fase di analisi di storie di migrazione, coordinata da Roberta Derosas, giornalista e operatrice sociale e una seconda parte dedicata all’ideazione di strumenti atti alla diffusione di quelle storie, animata da Patrizia Dall’Argine, autrice e scrittrice, cofondatrice, insieme a Rossella Pivanti, dell’etichetta indipendente di podcast “Baby Hurricane”.

Derosas pone immediatamente una domanda: «I termini ‘sbarco’ e ‘approdo’, utilizzati indistintamente nei resoconti giornalistici con riferimento ai movimenti nel Mediterraneo, hanno lo stesso significato?» Mi guardo intorno, e penso che sì, sono sinonimi. Sbagliato: «’Sbarco’ ha un’accezione militare: pensate allo “sbarco in Normandia”. ‘Approdo’, al contrario, sottende un arrivo incruento, inoffensivo”. Quindi, da una busta, tira fuori una serie di oggetti che ha raccolto nel corso di diverse operazioni di Search and Rescue a cui ha partecipato: un copertone d’auto sgonfio, un taccuino, la foto di un biberon, un pezzo di legno. Siamo chiamati a immaginare un racconto per uno di essi, a ipotizzare una traiettoria di vita che li ha condotti a noi fino a quel momento.

Non è un mero esercizio retorico:

«Qualunque cosa su cui posiamo gli occhi nasconde una pluralità di significati, cela un racconto che aspetta solo di essere svelato; sta alla nostra sensibilità rivelarlo, darne una voce», spiega l’operatrice.

Immediatamente la mia attenzione è catturata dal taccuino, un’agendina rossa piena di cifre e date: ipotizzo che possa essere appartenuta a qualcuno che desiderava lasciare un’impronta, che annotava dei numeri importanti, forse dei crediti da riscattare o dei debiti da onorare. Durante il momento di restituzione delle narrazioni, mi soffermo a riflettere sulla potenza dell’oralità: è sufficiente una manciata di frasi per essere traslati in luoghi lontani, per essere catapultati in situazioni estranee, nella pelle di qualcun altro. È un processo intenso, che lascia attoniti per la pervasività con cui si manifesta, per la sua immediatezza.

«Chi attraversa il bacino del Mediterraneo è trasparente; tocca a noi e alla nostra scrittura restituirne la tridimensionalità, la pienezza”, conclude Derosas.

Il lavoro con Dall’Argine, che «ha abitato la scrittura in più modi», si innesta sulle modalità di diffusione dei racconti. Data la tipicità della narrazione orale, lo strumento che meglio si presta alla sua divulgazione è il podcast, un medium che eleva la sola voce a veicolo privilegiato; non è un compito facile, nella società iper-visuale in cui viviamo. L’autrice propone un paradigma che ha elaborato nel corso degli anni: un modello “micro-macro”, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande (e viceversa). Esso si fonda sull’assunto che i fenomeni sociali, dal respiro globale, possono essere compresi attraverso il grimaldello delle storie personali, dei racconti di piccoli fatti quotidiani, che permettono di situarne nel concreto l’intangibilità, la complessità. Valga come esempio il suo ultimo lavoro, “Finché arriveremo a Gaza”, nel quale Dall’Argine racconta il dramma della Striscia attraverso la sua scelta di unirsi alla marcia nel deserto del Sinai, da Al-Arish fino a Rafah, per chiedere l’apertura del valico e l’ingresso immediato degli aiuti umanitari, nel giugno del 2025.

Giunto alla fine del laboratorio, provo un profondo sentimento di gratitudine: persone come Derosas e Dall’Argine testimoniano che lo sforzo per una contronarrazione degli eventi non solo è fattibile, ma urgente e necessario. Gli strumenti per metterla in campo sono disponibili, alla portata di tutti, e c’è chi quotidianamente lo fa, senza retorica, con passione e dedizione. È dal basso che partono le rivoluzioni.

  • Giovanni Andrioli

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