• foto di Maria Chiara Priolo

«Violenza è qualunque atto diretto contro un’altra persona, a prescindere che tale atto le nuoccia, la ferisca o la offenda, in modo tale da spingere tale persona a fare qualcosa contro la propria volontà oppure che le impedisca di fare qualcosa che desidera fare».

Questa è la definizione di violenza fornita da Marius Rakil, Direttore del Centro ATV (Alternative To Violence) in Norvegia, intervenuto alla prima sessione del convegno La violenza maschile contro le donne: quadri teorici e pratiche operative per il cambiamento sociale, che ha riunito esperti e partecipanti nell’Aula Magna di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Parma lo scorso 17 novembre. Un appuntamento che si inserisce in un obiettivo più ampio della città e dell’Ateneo: rimanere attivi per sensibilizzare e promuovere azioni concrete contro la violenza di genere. Durante la prima sessione L’intervento con uomini maltrattanti: esperienze internazionali e nazionali a confronto, Rakil si è confrontato con gli psicologi psicoterapeuti Alessio Testi, del centro LDV (Liberiamoci Dalla Violenza) di Parma e Jody Libanti, dell’AUSL di Reggio Emilia.

Colpisce il modo in cui questi professionisti cercano di risolvere il problema della violenza di genere quotidianamente, partendo dalle sue radici.

«Spesso l’uomo non riconosce spontaneamente il problema né cerca aiuto direttamente, quindi è fondamentale coinvolgere familiari, amici o figure della comunità, quelle che chiamiamo “sentinelle positive”, per far emergere la necessità di intervento e prevenzione»,

ha spiegato Libanti. Questo approccio emerge nella scelta di lavorare in rete: non solo con gli uomini autori di violenza e con le donne che la subiscono, ma anche con i bambini, lavorando sul trauma e impedendo che la violenza venga trasmessa alle future generazioni di adulti. La stessa volontà radicale ha attraversato tutta la giornata: si è percepito chiaramente che il messaggio non fosse il “proteggetevi” ridondante, ma “educhiamo!”: educhiamo gli uomini alla responsabilità. I dati infatti parlano chiaro: il 60-70% dei pazienti del Centro ATV norvegese sono stati esposti alla violenza da giovani.

E quell’idea di educazione ha continuato a farsi strada anche davanti ad alcune affermazioni di qualcuno nel pubblico, come “a cosa serve l’educazione affettiva e sessuale? Tutti i ragazzi sanno già cos’è il sesso” o “perché si parla ancora di quote rosa se al giorno d’oggi vedo moltissime donne in posti di prestigio?”. Ricordo che un mio coetaneo l’otto marzo di qualche anno fa mi ha detto: “Attualmente avete più diritti di noi”. Così ho scritto di getto un editoriale per il giornale cartaceo del mio liceo. Quell’intervento al convegno mi ha fatto tornare proprio lì. Avessi avuto un po’ più di coraggio, probabilmente gli avrei risposto io.

Perché se in quel contesto è stata solo una “voce fuori dal coro”, nel quotidiano sarebbe, purtroppo, uno dei tanti, visto che la cultura patriarcale è ancora fondamento della nostra società.

«Quando abbiamo fatto il training ho scoperto di essere un uomo violento, quindi ho dovuto lavorare proprio in prima battuta su come migliorare me stesso, riconoscendo il fatto che avevo anche io messo in atto comportamenti violenti»

racconta Michael Fanizza, psicologo-psicoterapeuta del Centro LDV dell’AUSL di Modena, spiegando come sia difficile il processo di responsabilizzazione dell’uomo come autore di violenza.

«L’uomo che viene da noi si racconta sempre come una vittima».

La rabbia diventa «un’emozione protettiva» con cui l’uomo risponde alla vergogna. Ecco perché il primo passo per il cambiamento parte dal «creare quei presupposti di sicurezza che sono la base dell’alleanza terapeutica, per far sì che i meccanismi difensivi vengono pian piano lasciati andare».

Il femminicidio e la violenza fisica sulle donne sono solo l’apice di una struttura che ha alla base comportamenti quotidiani, come battute e insulti sessisti, ritenuti spesso innocui. È una vera e propria piramide che mostra come piccoli atti possano costituire un terreno che legittima forme di violenza più gravi.

Questo argomento è stato sviscerato venerdì 14 novembre alla Libreria Feltrinelli, durante l’incontro “La libertà, vi prego, sul non amore!”. Veronica Valenti, professoressa di Diritto costituzionale dell’Università di Parma, ha spiegato che, nonostante il programma costituzionale italiano miri a contrastare la violenza di genere, in linea con i principi di democrazia paritaria, la cultura giuridica attuale mostra ancora pregiudizi storici: quello che deve essere provato è esclusivamente la presenza o l’assenza del consenso, tuttavia vengono tenuti in considerazione elementi fuori contesto, come per esempio l’abbigliamento.

«Dobbiamo scrivere una nuova grammatica delle relazioni tra uomo e donna, c’è poco da fare»

ha dichiarato Valenti, e ha continuato:

«Dobbiamo educarci, prima di tutto noi adulti, all’affettività e al rispetto della diversità di genere, che non ci può portare ancora ad accettare queste forme di discriminazione».

In quest’occasione è stato presentato il libro La violenza maschile contro le donne: riconoscerla, prevenirla e contrastarla, frutto del Laboratorio Interdisciplinare sulla Violenza di Genere, attivo dal 2020 all’Università degli Studi di Parma. L’obiettivo è quello di sensibilizzare giovani studenti, ma anche dipendenti e professionisti del territorio, sul tema della violenza di genere, offrendo uno sguardo completo sulla questione grazie a un’analisi multidisciplinare: giuridica, sociologica, psicologica, medica e sociale. Parma e il suo Ateneo mostrano come questo cambiamento sia possibile, anche attraverso una rete di competenze condivisa da donne, uomini, istituzioni e servizi.

  • Maria Chiara Priolo

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