Giovanni Sparano, il direttore artistico del Barezzi Festival

A poche ore dall’inizio del primo evento del Barezzi Festival, abbiamo incontrato davanti alla Casa della Musica Giovanni Sparano e gli abbiamo chiesto cosa significhi essere il direttore artistico di un evento, che, da quasi vent’anni, contamina l’eleganza parmigiana a suon di sperimentazione e avanguardia.

La Genesi

Tutto ha inizio nel 2001: Giovanni Sparano fa la comparsa nel Trovatore al Teatro Regio e gli si apre un mondo «mi sono appassionato alla vita di Giuseppe Verdi e ho trovato interessante la storia del personaggio che l’ha fatto diventare il musicista più grande di sempre: Antonio Barezzi». Una figura centrale, quindi, per la storia della musica, ma che per Giovanni non gode di un giusto riconoscimento: «Ho notato che a Parma la figura di Verdi è celebrata, ma per Barezzi non c’è considerazione, nonostante la sua importanza e per questo ho deciso di dedicargli il festival», commenta il direttore artistico.

Una passione, quella del filantropo bussetano, che il Barezzi Festival ha fatto sua nel sostenere e promuovere giovani talenti sin dalla prima edizione: «L’iniziativa in realtà è nata al Caffè dei Marchesi come concorso, invitando artisti a reinterpretare arie verdiane. Ci arrivavano demo da tutte le parti d’Italia e abbiamo avuto l’opportunità di scoprire musicisti che pochi anni dopo avrebbero avuto un successo nazionale, tra i quali Dimartino e Brunori Sas».

Il progetto prende vita

Dall’idea al contest: dopo la prima edizione, nasce il progetto di un festival che unisce la musica contemporanea a quella colta e classica, per il quale non poteva mancare il coinvolgimento del “maestro” della sperimentazione e dell’innovazione. «Nel 2008 abbiamo contattato Franco Battiato, riuscendo a incontrarlo nella sua casa a Milo per discuterne con lui». La scelta di Battiato non è stata casuale: oltre a rappresentare la sintesi perfetta tra musica colta e innovazione, proprio il Teatro Regio nel 1987 aveva ospitato la prima della sua opera Genesi. A unire il cantautore alla figura di Barezzi non è però solo la città di Parma: Battiato stesso era stato mecenate di artisti come Giuni Russo, con cui ha prodotto A casa di Ida Rubinstein, album in cui riproponeva brani classici fatti a modo suo. «Tutto questo ci ha suggerito che fosse la persona perfetta da invitare a Busseto per partecipare al festival» prosegue Giovanni, aggiungendo che il cantautore stesso ha creduto nel progetto tanto da non richiedere il cachet.

Da qui, ha avuto inizio un susseguirsi di 19 anni di grandi artisti, da Benjamin Clementine a Stefano Bollani, a emergenti che Barezzi ha accolto quando in pochi conoscevano il loro nome, come Calcutta, Levante, TheGiornalisti, e tanti altri che poi sono esplosi. «Abbiamo portato avanti questo discorso fino a oggi, diventando forse l’evento più importante della città», commenta Sparano con una nota di fierezza.

Gli ingredienti fondamentali del Barezzi Festival sono dunque la voglia di contaminazione e la sua capacità di accendere la città di Parma. «La prima volta che sono entrato al Teatro Regio sono rimasto folgorato, ho contemplato tanta bellezza e mi sono detto: “In un posto del genere non si può ascoltare solo la lirica!”» racconta Giovanni, aggiungendo che il Barezzi Festival non sarebbe lo stesso lontano da questa città. «Amo l’idea del Festival come un’esperienza completa in cui si possa non solo vivere la musica ma anche Parma. Chi partecipa può soggiornare qui più giorni, passeggiare per le strade del centro e mangiare nelle osterie».

La scelta

I Múm al Teatro Verdi di Busseto per l'inaugurazione del festival

I Múm al Teatro Verdi di Busseto per l’inaugurazione del festival

credits: Andrea Amadasi

Centrale, comunque, rimane la musica, risultato di scelte ricercate e selezioni mai casuali. «Quest’anno siamo partiti con la scelta degli Spiritualized e da lì abbiamo optato per seguire un filone nordico, senza perdere di vista la parola chiave, ovvero, contaminazione: dai Múm, nati dall’incontro tra un “punkettaro”, un appassionato di videogiochi e due cantanti liriche, a Soap&Skin, diplomata in violino classico; da Battiato a oggi, che si parli di cantautorato indipendente o di elettronica, l’incontro tra diversi generi musicali non ha mai abbandonato il festival».

C’è però una parola chiave che manca all’appello per descrivere il Barezzi Festival: qualità. «Io sono di un’altra generazione, quella in cui si andava ancora a comprare i dischi e si ascoltava la musica con una fruizione lenta e consapevole. Oggi, invece, si ascoltano sei brani in un minuto!» afferma Giovanni, accusando una fruizione superficiale e un calo di attenzione generazionale nell’ascolto musicale, ricordando anche un aneddoto: «Abbiamo ospitato i Blonde Redhead per la loro unica data italiana e mi hanno raccontato come al Primavera Sound il pubblico inizialmente non li considerasse, dandogli le spalle, per farsi dei selfie o magari per andarsi a bere qualcosa. In questi momenti l’artista si ritrova diviso a metà: da una parte contento di avere l’occasione di esibirsi in un festival importante, dall’altra deluso e trascurato. Questo è uno dei nostri obiettivi: il ritorno a un ascolto di qualità».

Tutto nasce da una line up iniziale definita dallo stesso direttore artistico, un primo binario sul quale far viaggiare il resto del programma. «Da lì si selezionano gli artisti, che devono essere coerenti con la stessa linea», spiega. Quest’anno la tematica “nordica”, l’anno precedente quella cantautorale.

Sempre in cerca di nuove armonie

Accanto al fulcro centrale gravitano anche altri mondi, come quello del Barezzi Lab, curato da Nicolas De Francesco, del quale Giovanni si fida ciecamente. Un lavoro di squadra, sottolinea, perché «da soli non si può fare tutto in un ambito così sfaccettato, si perderebbe credibilità».

In questo percorso, il Barezzi Lab rappresenta un ritorno alle origini, l’eredità diretta del concorso da cui è nato tutto. Attraverso il lavoro curatoriale di De Francesco, vengono selezionati ogni anno dai sedici ai venti giovani artisti emergenti, ritenuti particolarmente interessanti. Una delle ultime a essere stata lanciata da questo progetto è Anna Castiglia, ulteriore conferma della capacità del festival di scoprire e valorizzare nuove voci.

Il racconto scivola poi sulle difficoltà organizzative di un festival che negli anni è cresciuto fino a diventare una realtà di riferimento anche a livello internazionale. L’aumento dei cachet è una sfida ormai costante, ma il direttore artistico mantiene uno sguardo pratico: «Le difficoltà si affrontano volta per volta: alcune cose vanno bene e altre male. Però, ed è frutto dei 19 anni di storia del festival, partiamo da una base economica che ci permette di coprire le spese che non potremmo sostenere solo con il ricavato dei biglietti».

Tra gli aspetti più preziosi di questa lunga storia c’è la capacità del festival di creare relazioni e generare nuove opportunità. Negli anni, si è costruito «un rapporto d’amicizia con artisti di un certo calibro, una rete che ci ha permesso di personalizzare le proposte e rendere unici molti spettacoli».

Quando gli chiediamo di sintetizzare il festival in una frase, non esita: «Un’esperienza appagante e coraggiosa». Una definizione che sembra contenere anche la direzione dei prossimi anni. L’obiettivo è infatti continuare a crescere attraverso il marchio Barezzi Way: «Invece di fare comunicazione nelle altre città, ci portiamo direttamente i concerti». Quest’anno l’espansione è arrivata fino a Milano, mentre per celebrare i vent’anni del festival si andrà a Londra, con un’anteprima alla Union Chapel, nel quartiere Angel. Idee ambiziose si prospettano anche per il 2027, quando Parma sarà Capitale dei Giovani: proprio in quell’occasione il Barezzi Lab cercherà di espandersi e avere un ruolo ancora più centrale.

Al di là della progettualità, Giovanni conserva un approccio umile e concreto. «Io non mi guardo mai indietro, chi si loda si imbroda. La fortuna del festival è essere sempre stati coerenti: aggiungo qualcosa ogni anno, ma senza fare il passo più lungo della gamba». Rivela anche la distanza tra il suo lavoro quotidiano e la dimensione del festival: «Io faccio l’oste, vendo vino e taglieri. Per il Barezzi è tutto un discorso di conseguenze».

Coerenza, quindi, è la parola chiave, soprattutto verso il pubblico: «C’è stata l’opportunità di accogliere Baglioni. Il sold out sarebbe stato assicurato, ma avrebbe anche deluso i nostri spettatori, perché lontano da quel binario sperimentale che abbiamo sempre seguito. Abbiamo quindi preferito artisti più in linea col nostro pubblico e con il senno di poi è stata una scelta lungimirante».

  • Nadege Elisa Bruni, Margherita Chini

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