
Filippo Scotti e i nipoti di Maurizio Schiaretti
È stata la mano di Dio, e non una mano qualunque, a segnare quel goal. Così dicono. Oppure è stato Maradona. Oppure è stato il pallone. Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che “Le città di pianura” non ha eroi, solo due sopravvissuti, felici nonostante tutto, e un ragazzo che si sta per imbarcare nel viaggio della vita e della spontaneità. Quel ragazzo, sotto mentite spoglie, è Filippo Scotti.
Chissà se Filippo è davvero entusiasta di questi inviti, se gliene frega qualcosa del Napoli, se per lui Parma è solo una città di provincia. Mi chiedo tutto questo nervosamente prima di andare a parlare con lui. Ma quel ragazzo che paga molto educatamente il biglietto evidentemente non può essere lui, ma qualcuno che gli somiglia diabolicamente, probabilmente un suo cosplayer. Poi però arriva per davvero; questa volta è davvero lui. Mi sento un giornalista vero. Per almeno cinque secondi abbondanti. Poi Filippo mi guarda e io mi emoziono un po’. Dice solamente «ciao», ma lo fa guardandomi dritto negli occhi all’interno di un cerchio pieno di giornalisti, giornalisti veri. Forse ha capito che sono io l’intruso. Un gesto misericordioso di pietà? Un modo per coinvolgere la persona meno cool? O forse, come accade in discoteca, sto male interpretando io i segnali? Attorno al giovane attore si stringono giornalisti di Rolling Stone, della Gazzetta di Parma e del Corriere della Sera. E non dimentichiamocelo, anche di StudentMag.
Dopo i saluti, lasciamo l’atrio del cinema per entrare nella sala. Filippo sale sul palco con i due giornalisti, io rimango in prima fila. «Diamo il benvenuto a Filippo Scotti, vincitore del premio Maurizio Schiaretti…» Dei ragazzi un po’ impacciati mettono tra le mani dell’attore una scultura in bassorilievo. Sono i nipoti del critico cinematografico Maurizio Schiaretti, storico critico della Gazzetta locale, a cui il premio è dedicato. Quest’anno il premio mutaforma ha assunto le sembianze di una formella dello scultore Benedetto Antelami, analoga a quella presente nel battistero. Un simbolo che i parmensi conoscono bene. Sicuramente anche “Giulio”, lo studente interpretato da Filippo in Le città di Pianura avrebbe apprezzato. Filippo sorride, ringrazia, dice «lo appoggio qui», ed effettivamente appoggia il premio per terra. Nessuno sa mai dove appoggiare i premi alle presentazioni.
«Facciamo un passo indietro» rompe il ghiaccio Benedetta Bragadini di Rolling Stone. «Partiamo da È stata la mano di Dio, da Paolo Sorrentino, da quella prima Venezia con lui. Te la ricordi? Qual è un’immagine di quel momento?» Filippo sorride: «Ricordo l’immagine indelebile di arrivare in aeroporto prima di andare al festival di Telluride e rendermi conto, dopo la proiezione del film a Venezia e i festeggiamenti, di non avere con me il passaporto, e di averlo lasciato a Napoli». «E poi come hai fatto?», interviene scherzando anche Filiberto Molossi della Gazzetta di Parma. «Mio padre si è immolato in questo viaggio da Napoli a Roma – prosegue Scotti – perché per una casualità, penso si fosse allagata la scuola in cui lavora, quel giorno era libero» C’è già una certa energia. I due intervistatori lo guardano sorridenti, come se stessero pensando: “che bravo ragazzo”. Filippo è educato, umilissimo, gentilissimo, generoso nelle risposte. A una sua intervista e davanti a persone venute lì apposta per lui, si scusa per essere logorroico. «No, non ti preoccupare» lo rassicurano i giornalisti. «Ah, Non dovevate dirmelo», incalza lui. Filippo prosegue pensando a Venezia: «In realtà quando ti succedono queste cose non ci capisci niente. Tutti pensano che sia il periodo più bello della tua vita, e quando lo realizzi ormai è già finito». Sembra un invito a non dare per scontato che una persona all’apice del successo sia necessariamente all’apice della felicità.
E poi ricorda: «Non salviamo vite» Gli intervistatori: «Forse sì, il cinema in qualche modo le salva…». Ma Filippo ci tiene a ricordare che la posizioni degli attori è privilegiata, che per quanto il cinema abbia una sua funzione sociale, come suggerisce Benedetta, «non operano a cuore aperto» La realtà irrompe nel momento in cui Filippo parla del cupo periodo che sta attraversando l’America, ricordando le riprese con Pupi Avati in Colorado, nel posto del cuore del regista. «Così come il passaparola può funzionare per i film, può funzionare anche per cause sociali» Il ragazzo ha davvero qualcosa da dire. Sembra di vedere in lui la persona riflessiva, interessante che probabilmente è. estremamente loquace e di grande intrattenimento ascoltarlo. Dalle sue parole traspare tutto il suo entusiasmo per il cinema, per Sorrentino di cui si dichiara un “fanboy totale”, il rispetto e l’ammirazione per Servillo, e ci si spiega come possa essere così umile. L’audience ride; se fossimo a Sanremo probabilmente vincerebbe anche il premio del pubblico. Infine, ricorda il calore provato sul set, parlando di personaggi a cui vorremo bene anche noi guardando il film.
Ecco, io non so se sia stata la mano di Dio a segnare quel goal. Però sicuramente le mani di registi come Sorrentino, Avati, Sossai, stanno plasmando questo talento così alla mano, così piacevolmente saggio e interessante da ascoltare. La presentazione finisce, le luci si spengono, il film inizia, il secondo vero motivo per cui siamo lì. Flippo e i giornalisti escono dalla sala, sicuramente a dirsi cose da grandi. Io rimango solo in prima fila.
Prendo il treno delle 23.34 per Bologna, a 10 minuti dal finale. Il prossimo era alle 4.24.
Dopotutto, anche Parma è pur sempre una città di pianura.



