Cosa ci si può aspettare dalla prima esperienza di un’opera lirica a teatro?

Non lo so precisamente. Anzi, quando la sera del 19 gennaio mi stavo dirigendo al Teatro Regio di Parma, non ne avevo idea. Probabilmente, se devo essere sincera, non ci sarei mai andata se non fosse per l’opportunità che il Regio offre agli under 30 di assistere alle prove degli spettacoli lirici a prezzi agevolati. Inoltre, ho sempre provato un grande fascino per i miti greci e l’occasione capitava a pennello: Orfeo ed Euridice, con la regia di Shirin Neshat, artista e fotografa iraniana.

In tutta onestà, non penso che il genere lirico sia facile da capire, da ascoltare e da godersi. Non è uno spettacolo rilassante o intuitivo: serve perlomeno una conoscenza di base della narrazione per poterlo comprendere. Senza dubbio però è un’arte intrigante e le voci possenti dei cantanti avvolgono il pubblico, tra suoni acuti e gravi che si alternano.

Shirin Neshat sceglie la versione viennese del 1762, composta da Christoph Willibald Gluck. La coppia di protagonisti, raccontata come perdutamente innamorata come nel mito originale, qui è in crisi dopo la perdita del figlio. Tra i due si erige un muro attraverso il quale è impossibile comunicare.

L’intervento della regista è innovativo: decide di usare pannelli per alternare, alla recitazione degli attori, piccole clip video girate a Parma. Non so dire se le ho apprezzate o meno, perché hanno stravolto le mie aspettative: mi ero immaginata uno spettacolo “tradizionale”, che si basasse solo sulla recitazione, il canto, le scenografie. Devo essere sincera: all’inizio l’idea di vedere uno spettacolo interrotto qua e là da videoclip non era molto invitante, probabilmente perché, essendo la mia prima opera lirica, avrei voluto vivere l’arte teatrale al massimo della sua essenza. Intendo dire che a casa ho sempre sottomano film e video, mentre è più raro assistere ad uno spettacolo teatrale. Nel complesso però ho capito la scelta della regista: le clip ci hanno mostrato il primo piano degli attori e le loro emozioni in scene delicate, che raccontano la perdita del figlio e il suicidio di Euridice.

Shirin Neshat il 20 gennaio ha poi tenuto una conversazione aperta al pubblico nel ridotto del Teatro Regio. L’artista è famosa per i suoi cortometraggi, come Turbulent (1998) o Rapture (1999) mostrati per l’occasione. Qui una caratteristica si ripete: il bianco e nero. Tutti i suoi lavori, che siano fotografie o film, sono tinti con le sfumature di questi due colori.

Quando ho notato che anche Orfeo ed Euridice a teatro è stato realizzato nello stesso modo, sono rimasta delusa: per un mito greco mi aspettavo colori pastello, che potessero dare un’atmosfera fiabesca. Ma le mie aspettative non combaciavano con lo scopo della regista: il bianco e il nero intendono invece un contrasto tra la donna e l’uomo. Non a caso Euridice era vestita di bianco e Orfeo di nero. Shirin così spiega: « Per me è importante il valore del paradosso e del contrasto tra uomo e donna, nero e bianco, violenza e emozione, morte e libertà. […] il bianco e nero indicano un approccio severo, a differenza del colore, che trovo troppo bello per rappresentare tanto contrasto». Infatti, nei cortometraggi che ci ha mostrato, é ricorrente il tema della liberazione della donna: in Rapture cento uomini e cento donne sono divisi su due schermi diversi. Le donne, inizialmente in un deserto che simboleggia la staticità, cominciano a correre verso il mare, simbolo di fuga, movimento, libertà.

Allora ci si può chiedere: perché, dopo tanti cortometraggi, Shirin ha scelto di cimentarsi nel teatro? «L’opera lirica è immersiva, è performata dal vivo e il pubblico riesce a stabilire una relazione intima con lo spettacolo. Un film viene registrato, poi montato: non ha la stessa magia e la stessa forza. L’opera è una protesta, ci dà quel pugno nello stomaco, quelle emozioni che nessun’altra forma d’arte può darci».

Forse è vero che per apprezzare il teatro bisogna prima conoscerlo, o almeno è stato così per me. E forse è per questo che oggi preferiamo andare al cinema: il teatro, non filtrato e quindi crudo, è un “qui e ora” irripetibile. Richiede riflessione, meditazione e impegno. Uno sforzo che siamo poco abituati a compiere.

  • Martina Collini

foto di Roberto Ricci

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