La consegna della t-shirt di UNIPR a Fortunato Ortombina

  • foto di Alberto Lusetti

Ci si avvicina granitico ma sorridente, una stretta di mano decisa ma pacata. Un palmo che di mani ne ha incrociate molte e che sa esattamente come calibrare la presa a ogni incontro. «Fortunato Ortombina, piacere». Nato nel ’60, è lui l’Alumnus dell’Anno 2025 dell’Università di Parma, un riconoscimento che «celebra ex allieve ed ex allievi che si sono distinti per percorsi particolari e per quello che hanno saputo costruire per la nostra città», spiega il Rettore Paolo Martelli alla cerimonia avvenuta in Aula Magna.

È ancora fresca la nomina di Ortombina a Sovrintendente e Direttore Artistico della Fondazione Teatro alla Scala di Milano, mattone finale di una serie di solide esperienze gestionali in giro per lo Stivale: dal Teatro Regio di Torino al San Carlo di Napoli fino al veneziano La Fenice, da dove ha spiccato il volo verso la Lombardia, regione della sua città natale: Mantova. «I teatri sono sempre uguali per struttura ma si diversificano per feeling: ognuno è espressione intima di una città», racconta il Sovrintendente al microfono.

Tra i molti importanti capoluoghi vissuti, uno tra tutti ha fatto da starting point: «Il primo posto dove ho cominciato a sentire la Scala è stato a Parma – confessa al microfono – finché non sei qui, che cosa vuol dire Verdi per un popolo non lo sai. Giuseppe Verdi è un qualcosa che ti viene fatto percepire potentemente: sentire cos’è la musica per una comunità, origliare la gente sul tram discutere sull’opera della sera precedente. Studiare da giovane le lettere scritte nell’ottocento da Verdi che raccontano il suo rapporto con la Scala, mi ha permesso di sentire una familiarità quando vi ho messo piede la prima volta. Ci sono cose che nel tempo non cambiano mai».

«Quando si è iscritto a Lettere qui all’Università, ho trovato curioso il fatto che un geometra si interessasse così tanto alla musica e alle facoltà umanistiche», interviene sorridendo Luigi Allegri, professore ordinario di Storia del Teatro e dello Spettacolo e relatore, a fine anni ‘80, della tesi di Ortombina. «L’idea del lavoro artistico come costruzione organica di un insieme è l’impronta rimasta dai suoi studi precedenti. Realizzare un’opera lirica è proprio come edificare una struttura: c’è bisogno di progettualità, di professionalità e un’idea generale per arrivarci. Fortunato è diventato il geometra, l’architetto, in cima alla produzione del sistema teatro. La sua professionalità l’ha però realizzata con spirito di umiltà, pezzo dopo pezzo». Tra il professore e il suo ex allievo parte un inevitabile momento amarcord che riaffiora vecchi ricordi e aneddoti sulle avventure vissute a Parma, come l’iscrizione all’Università stessa, con lettera motivazionale consegnata di persona in segreteria (niente piattaforma web all’epoca) e rimprovero perché mancava la dicitura ‘Magnifico’ nel titolo del Rettore.

Il Sovrintendente prosegue, svelandoci più dettagli del suo trascorso: «Ero arrivato a Parma col titolo di studio da geometra: sapevo come livellare un campo, tracciare una curva stradale… tutte cose di grande soddisfazione; avrei dovuto proseguire al magistero per portare avanti l’attività dei miei parenti, un’azienda edile. Nel frattempo però a Mantova avevo cominciato il Conservatorio, prediligendo il trombone. Io avrei potuto fare qualunque cosa nella vita, ma la musica non potevo abbandonarla». E presente in sala c’è proprio chi non ha mai smesso di spronarlo a seguire questa sua passione anziché un destino che sembrava già spianato. Ortombina si ritiene proprio… “Fortunato” ad aver avuto una guida spirituale come sua madre: ci aveva già visto lungo a suo tempo e gli aveva chiarito le idee in mezzo al turbinio delle influenze che si subiscono a vent’anni.

«Quando si finisce col parlare dei giovani a teatro, si scivola sempre in un luogo comune – ci confida poco prima della cerimonia –, e cioè la pandemia. Oggi i teatri d’Opera sono spesso pieni non tanto perché la gente ha più voglia di condivisione, ma per un fattore intrinseco: l’umanità in questo momento storico ricerca lo spettacolo dal vivo. È qualcosa che ti senti addosso, sulla carne: in teatro c’è l’energia che ti viene dal palcoscenico. Ne arriva di piacevole e di meno piacevole ma entrambe ti trasferiscono qualcosa. C’è anche quella che si condivide nello stare seduto accanto a 1000 persone se sei al Regio di Parma o 2000 se sei alla Scala. Il Teatro è un rito della civiltà».

A fine conferenza, tra i doni consegnati a Ortombina ce n’è uno che gli strappa un sorriso sincero: la t-shirt blu con il logo e la scritta dell’Università di Parma.

  • Alberto Lusetti

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