Mentre cerchiamo di sopravvivere all’ansia pre-esami e le aule dell’Università di Parma sono ormai vuote, il mondo fuori è acceso di luci a intermittenza. Il Natale è arrivato. Pensare a questa festa come a un rito immobile nel tempo, però, è un errore. Dimenticate per un attimo la tradizione intoccabile: il 25 dicembre che conosciamo oggi è un mosaico affascinante di storia, astronomia e stratificazioni culturali.
Ecco come abbiamo costruito il Natale moderno, smontando qualche falso mito.

Il solstizio e la luce: una data non casuale

Partiamo da un dato di fatto: nei Vangeli non c’è traccia della data di nascita di Gesù. Perché allora festeggiamo proprio ora?
La risposta va cercata nel cielo, sopra le nostre teste. Il solstizio d’inverno (21 dicembre) è il momento in cui il buio tocca il suo apice e la luce ricomincia a guadagnare terreno. Per gli antichi, questo ritorno del sole era fondamentale. A Roma, proprio a ridosso di questa data, si celebravano i Saturnali (una settimana di “mondo alla rovescia” dove gli schiavi venivano serviti dai padroni) e successivamente, il Dies Natalis Solis Invicti (il giorno del Sole Invitto). La scelta del 25 dicembre da parte della Chiesa, ufficializzata nel IV secolo, non fu arbitraria ma profondamente simbolica: collocare la nascita di Cristo in questo periodo permise di armonizzare la nuova fede con il sentire popolare, trasformando la celebrazione della luce solare in quella della “Luce del Mondo”.

Bue e Asinello: gli “abusivi” del Vangelo

Basta dare un’occhiata al presepe per capire chi detta davvero le regole: il bue e l’asinello, presenze fisse nelle nostre stalle di cartapesta. Ma tecnicamente non dovrebbero essere lì. Nei Vangeli canonici di Luca e Matteo, infatti, non vengono mai nominati. La loro presenza deriva dai Vangeli Apocrifi e da antiche tradizioni che leggevano in chiave simbolica alcune profezie dell’Antico Testamento. Eppure, la tradizione popolare è stata più forte della teologia: provate oggi a toglierli dal presepe di nonna e vedete cosa succede.

L’Albero: dai boschi celti al salotto buono

Mentre il presepe è un’invenzione “nostrana” (grazie a San Francesco), l’albero è “l’immigrato” di successo delle nostre feste. Le sue radici affondano nel Nord Europa: Celti e Germani veneravano gli alberi sempreverdi come simbolo della vita che resiste al gelo. La vera svolta pop arriva però nell’Ottocento, grazie alla Regina Vittoria e al marito Alberto: una loro illustrazione accanto a un abete addobbato fece il giro del mondo, trasformando un’usanza nordica nell’ultima tendenza irrinunciabile per la borghesia europea.

Il Vischio: zona franca per il bacio

Un altro classico delle feste universitarie è il bacio sotto il vischio. Questa usanza non ha nulla a che vedere con la Natività, ma molto con i Druidi celti. Poiché cresce sui rami senza toccare terra, il vischio era considerato una pianta divina, capace di curare i mali e favorire la fertilità. Baciarsi lì sotto era un modo per augurarsi fortuna (e una scusa socialmente accettata per rompere il ghiaccio con la persona puntata dall’inizio del semestre).

Babbo Natale: il vero influencer è la Coca-Cola?

Qui serve fare chiarezza. Babbo Natale nasce dalla figura storica di San Nicola, vescovo di Myra (città della Turchia) e curiosamente, antico patrono degli studenti. Ma il vestito rosso è colpa della Coca-Cola? Ni. San Nicola era già raffigurato con paramenti rossi ben prima del XX secolo. Tuttavia, le pubblicità della Coca-Cola degli anni ’30, firmate da Haddon Sundblom, illustratore e pittore statunitense, hanno standardizzato l’immagine globale: non più un vescovo smilzo, ma un nonno paffuto e bonario. Un capolavoro visivo che ha fissato per sempre il volto del Natale moderno.

Parma, il rito e la “tregua” calorica

Poco importa alla fine, che le origini siano un mix di storia e leggenda. Per noi studenti fuorisede o parmigiani DOC, il Natale segna soprattutto una tregua contro i CFU. È il momento in cui la nebbia della Bassa diventa atmosfera. Che crediate o meno al Sol Invictus, il vero miracolo a Parma si compie quando il brodo bolle e gli anolini (rigorosamente galleggianti) arrivano in tavola.

È lì, tra un bicchiere di Lambrusco e una domanda scomoda dei parenti sulla laurea, che la tradizione si rinnova davvero.

  • Andrew Pompili

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