• foto di Giovanni Andrioli

Una leggera pressione sul pulsante di scatto, e un volto è impresso in pellicola per sempre. Steve McCurry, in oltre quarant’anni di carriera, ha compiuto questo gesto nelle condizioni più avverse, lungo le più remote latitudini, raccogliendo un campionario poliedrico dell’umanità.

Un mosaico di storie che Palazzo Pigorini ospiterà nella mostra “Steve McCurry. Orizzonti lontani”, curata da Biba Giacchetti e prodotta da ARTIKA, in collaborazione con Orion57 e il Comune di Parma, fino al 12 aprile 2026. L’esposizione, strutturata su due piani, raccoglie alcuni tra gli scatti più significativi del fotografo statunitense, tra cui il ritratto “Afghan Girl” – il cui soggetto è stato identificato nel 2022 nella pashtun Sharbat Gula – e l’istantanea “Taj and Train”, che riproduce un treno a vapore nella stazione di Agra, sovrastato dalla mole del Taj Mahal.

L’accostamento delle fotografie non segue un ordine cronologico o geografico, ma è dettato da un accordo di sensazioni, creando un’interessante alternanza di tempi e spazi. La vividezza dei colori cattura l’osservatore: le immagini hanno una potenza quasi cinematografica, raccontano storie che si dipanano allo sguardo come pellicole tridimensionali, in movimento. Tratto distintivo del lavoro di McCurry è il magnetismo dello sguardo dei soggetti immortalati, che paiono trafiggere chi li guarda: autentici, impudichi. La luce che emana dagli scatti enfatizza i contorni, le pieghe degli indumenti, i tratti dei volti, tanto da annullare la distanza con chi li analizzi, costituendo un dialogo emozionale, di compartecipazione alla scena riprodotta.

Muovendosi tra le sale del complesso museale non ci si può che interrogare sulla funzione sociale della fotografia: quanto catturato dall’obiettivo è semplice voyeurismo? Cosa spinge un fotografo a impugnare il proprio strumento e a immortalare determinati contesti, situazioni? La risposta non è facile, tantomeno univoca. Un primo approccio alla questione potrebbe fondarsi sul tema del privilegio: McCurry, cittadino statunitense, saprebbe imbastire il proprio lavoro se non godesse di una libertà di movimento che gli consente di travalicare confini, spazi, geografie? Un secondo aspetto riguarda il tema del consenso: chi è riprodotto in una fotografia ha contezza che la sua immagine sarà propagata di città in città, di medium in medium, costituendo una potenziale fonte di guadagno? E infine, quanto di ciò che osserviamo è dettato da pregiudizio, che vuole trovare una rispondenza, una conferma nel ritratto stesso?

Tenute, se si vuole, in debita considerazione queste coordinate, l’esposizione di McCurry merita una visita: per la padronanza indiscussa della tecnica, per la capacità di suggestionare, per la possibilità, da ultimo, di compiere un viaggio lungo traiettorie che, spesso, non si ha l’opportunità di solcare.

  • Giovanni Andrioli

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