L'acqua, elemento visivo e sonoro che accompagna tutto il concerto

Uno stile atipico e controcorrente, con sonorità post-punk: inaugurano così i Dada Sutra il Barezzi Festival 2025 al Teatro Verdi di Busseto. Il duo, composto da una giovane cantante milanese Caterina Dolci e dal suo percussionista e produttore Giacomo Carlone, è il vincitore del Barezzi Lab, il concorso che mette alla prova giovani performer con brani originali e re-interpretazioni del repertorio verdiano. La performance dei Dada Sutra funge solo da apriconcerto, perché i veri protagonisti della serata sono i Múm, una band che arriva direttamente dall’Islanda e che ha fatto della delicatezza un linguaggio e della sperimentazione una forma di poesia sonora.

I Múm nascono in Islanda nel 1997, come progetto musicale che unisce elettronica, strumenti acustici non convenzionali e voci eteree. La formazione originaria vede Gunnar Örn Tynes, Örvar Þóreyjarson Smárason e le sorelle Gyða e Kristín Anna Valtýsdóttir, ma negli anni il gruppo si è evoluto con diversi musicisti, ampliando continuamente la propria tavolozza sonora. La loro cifra stilistica è inconfondibile: glitch elettronici, campionamenti, strumenti come glockenspiel, melodica, fisarmonica, fiati, archi e oggetti quotidiani trasformati in suono. Melodie intime, che si fondo appieno l’atmosfera del teatro, piccolo ed affascinante scrigno della musica lirica nascosto tra le campagne parmensi. Qualche mese fa hanno pubblicato il loro nuovo album, un lavoro che prosegue la ricerca tra acustica ed elettronica, e proprio al Barezzi Festival lo hanno presentato ufficialmente dal vivo per la prima volta, regalando al pubblico un’anteprima.

Appena saliti sul palco, i Múm hanno costruito un’atmosfera subacquea e ipnotica. L’apertura del concerto è stata raffigurata dall’acqua – che è parte integrante del paesaggio e dell’identità islandese e da sempre elemento evocativo nella loro musica – diventando suono reale e metaforico. Un secchio pieno d’acqua è stato portato sul palco dal batterista e, venendo percosso con una padella, generava vibrazioni dal suono “liquido”. I giochi di luce invece creavano minuscole gocce luminose sul pavimento del palco e le tastiere riproducevano un suono simile al picchiettare della pioggia.

«Per me, che studio tastiere elettroniche al conservatorio, è stato un viaggio totalizzante. – afferma Margherita, studentessa universitaria – I Múm fanno esattamente quel tipo di musica che amo: sperimentale, immaginifica e in continua evoluzione. Ho notato che molti dei loro brani terminano in sordina, con una dissolvenza dolce invece che con un climax: è una scelta stilistica precisa. Personalmente, a volte, avrei voluto un’esplosione finale in più — un po’ come quella che ci hanno regalato nel loro ultimo pezzo e nel primo brano del nuovo disco — ma nel loro “pianissimo”, spaccano davvero». A rendere poliedrica l’esibizione è stato lo scambio continuo di strumenti tra i musicisti: dalla chitarra alla melodica, dall’armonica a bocca al canto e proprio questo susseguirsi ha reso l’esibizione imprevedibile.

I Múm al Barezzi Festival hanno trasformato la musica in una sorta di esperienza sensoriale. E il pubblico lo ha sentito.

Gli applausi non sono mancati, anzi: hanno continuato a risuonare ben oltre la fine del concerto e l’uscita di scena della band, tant’è che gli artisti sono tornati sul palco eseguendo altri brani non previsti, un regalo inatteso che ha chiuso la serata con un’energia nuova.

Un’esperienza memorabile per chi come me non è abituato a sound sperimentali.

  • Nadege Elisa Bruni

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